|
|
2 - Non vi era certamente al mondo, in quella notte, un luogo più
ingrato del Getsemani per il cuore del Cristo. Egli sapeva che in quel
posto avrebbe dovuto svolgersi il combattimento intcriore più
terribile per la sua anima, anzi sentiva che il combattimento era già
iniziato con un attacco serrato di dolore, di nausea e di paura. Ma
pure quello era il suo posto, e Gesù lo occupa nell'atteggiamento
adorante di chi accetta il posto assegnategli da Dio.
Per quanto possa essere nascosto, difficile o spregevole il posto dove
la Provvidenza ha collocato l'operaio, non potrà mai darsi che
quello di Gesù nel Getsemani appaia meno penoso e più
tollerabile.
Agli occhi di chiunque Gesù ha toccato in quella notte, in quel
posto, il massimo della sofferenza di cui l'anima umana è capace.
Stabilito il confronto, l'operaio sarà condotto in ogni caso
a concludere che il suo è pur sempre un Getsemani minore, un
pallido riflesso della riluttanza che il Cristo dovette superare nell'occupare
il suo posto nella notte dell'oliveto.
Difficilmente adunque il posto dell'operaio sarà tanto ingrato
e repulsivo come il Getsemani in quella notte, ma spesso accade che
non piaccia o che venga a noia.
Gli aspetti sfavorevoli del posto che si occupa sono, come è
naturale, ben più noti di quelli dei posti tenuti da altri; di
qui un cronico desiderio di evasione, di cambiamento.
Talora succede che non si possa parlare neppure di un posto qualsiasi
poiché il volere della Provvidenza sembra essere quello che l'operaio
si purifichi attraverso la mancanza di ogni condizione di sicurezza
umana, vivendo, per così dire, alla giornata.
Ma anche il non-posto è un posto determinato al cospetto di Dio,
anzi è quello destinato agli apostoli quando Gesù li mandò
a predicare il Vangelo spogli di ogni precauzione umana. <<Non
peram in via, ncque duas tunicas, neque calceamenta, neque virgam: dignus
enim est operarius cibo suo>> (Mt. 10,10 - Non
sacca da viaggio, nè due vesti nè calzari, nè bastone:
poiché l'operaio è degno del suo nutrimento).
E spesso la vita dell'operaio fluisce così, come un continuo
atto di abbandono a Dio, e come una continua manifestazione della Provvidenza
divina.
Comunque sia la fisionomia del posto assegnato all'operaio, questi deve
pensare che ogni posto, nonostante le diversità umane, si equivale,
poiché ogni posto trova la sua giustificazione e la sua fecondità
nel volere di Dio.
Il divino mosaicista è il Cristo, ed Egli ha bisogno di tessere
d'ogni colore. Questo importa: che l'operaio trovi una collocazione
nella grande macchina della redenzione e come nelle macchine materiali,
così anche in questa, gli ingranaggi più delicati sono
i più piccoli ed i più nascosti.
Che il posto sia spesso doloroso, amaro, è facilmente prevedibile
perché senza la componente del dolore quel posto non potrebbe
aspirare alla corredenzione del Getsemani e del Calvario.
L'operaio non deve preoccuparsi dell'avversione che può sentire
per il suo posto, ma di trasformarlo, di sublimarlo, di renderlo degno
delle operazioni redentrici del Cristo.
Ogni posto, per minuto e duro che sia, può spiritualmente attivarsi
e diventare un faro di luce, un gioiello della grazia, una dimostrazione
che Dio esiste ed è con l'uomo, un nodo stradale per le anime.
Per produrre bisogna fermarsi, inginocchiarsi sul posto che Iddio ci
ha consegnato, baciare questa terra che attende di essere fertilizzata
dal sudore e dal sangue dell'operaio, adorando.
fine 2° paragrafo......... 3° paragrafo
|
|
GETSEMANI
capitolo XIII
Edizioni Operaie 1952
|
Per tornare
a "Getsemani"
<< Procidit in faciem suam>>
(Mt. 26, 39)
<<Procidit super
terram>>
(Mc. 14,35)
<< Et positis genibus>>
(Lc. 27,41)

|