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2 - Uscendo dal Cenacolo, Gesù aveva anche parlato del Padre
suo per mezzo di quella parabola che viene detta della vite e dei tralci
: <<Ego sum vitis vera — aveva detto Gesù
— et Pater meus agricola est>> (Gv. 15, 1 - Io
sono la vera vite, il Padre mio è il vignaiuolo). Questo
ingresso ampio e fermo della parabola ci presenta il Padre nella veste
di un operaio e precisamente di un agricoltore.
Che il Padre sia un grande operaio è chiaro quando si pensi alla
creazione che è il suo capolavoro, così come la redenzione
è il capolavoro del Figlio.
Né la creazione, nè la redenzione sono dei fatti che hanno
avuto termine nel tempo, poiché l'esistenza attuale del mondo
può anche dirsi una creazione continuata, ossia un prolungamento
della creazione (prolixitas creationis), e nello stesso modo
si può dire che la redenzione è in atto a motivo del lavoro
incessante della Grazia che fluisce dal costato del Cristo.
Mentre il Figlio pende, tuttora, dal patibolo, il Padre ripete su di
noi, anche oggi, il fiat della creazione.
Il Padre viene dunque presentato da Gesù come un agricoltore,
il quale toglie ogni tralcio della sua vite che non dà frutto
e pota quei tralci che danno frutto perché ne diano di più:
<<Omnem palmitem in me non ferentem fructum, tollet eum; et
omnem qui ferit fructum, purgabit eum, ut fructum plus afferat>>
(Gv. 15, 2 - Ogni tralcio che in me non porta frutto,
lo taglierà via; e quello che porta frutto la poterà,
perché frutti di più).
Sull'esempio e secondo l'insegnamento di Gesù, l'operaio deve
sentire la presenza del Padre non altrimenti di quanto la parabola consiglia,
e cioè come una presenza direttiva ed operante.
Il Padre è Colui che secondo un piano determinato ha piantato
la vite e richiede da essa il frutto corrispondente.
Egli segue con occhio vigile la vita della pianta così da incrementarla,
toglie i rami secchi e pota i rami fecondi.
Fuori della metafora, Egli segue le espansioni della redenzione operata
dal Cristo attraverso le diramazioni del Corpo Mistico ed ha gelosa
cura di esse.
Siccome ogni tralcio è sorvegliato, l'operaio ha motivo di sentire
sopra di sé l'occhio del Padre, di temere il suo giudizio, ma
anche di abbandonarsi alla sapienza di questo divino agricoltore il
quale valuta secondo una giustizia che gli uomini non conoscono, dosata
con infinita bontà.
Al Padre preme il reddito della pianta, che è quanto dire della
creazione e della redenzione, non solo in genere, ma nella fattispecie
di ogni cristiano.
Il pensiero della fecondità che Iddio esige dalla sua mistica
vite sprona l'operaio alle opere per non essere considerato tralcio
sterile destinato alla distruzione.
Se poi il lavoro è mescolato alle sofferenze, l'operaio pensa
che le cesoie dell'agricoltore vanno potando in lui il superfluo perché
le sue forze, concentrate sull'essenziale, conducano a frutti più
pregiati.
Il piano, che vive nel cuore di ogni buon operaio, di lavorare onde
produrre frutti nella Chiesa di Dio, è ispirato al desiderio
di rendere gloria al Padre perché i frutti, e cioè le
opere, onorino l'agricoltore divino. <<In hoc clarificatus
est Pater meus — ha osservato Gesù a conclusione della
parabola — ut fructum plurimum afferatis>> (Gv.15,8
- Il Padre mio è glorificato in questo, che portiate
molto frutto).
fine 2° paragrafo.........3° paragrafo
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GETSEMANI
capitolo XIV
Edizioni Operaie 1952
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<<Orans e dicens:
Pater mi...>>
(Mt. 26, 42)
<< Et dixit: Abba,
Pater...>>
(Mc. 14,36)
<<Dicens: Pater...
>>
(Lc. 22,42)
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