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XV
<<Omnia tibi possibilia
sunt>>
3 - La santificazione del nome divino è particolarmente doverosa
quando l'anima avverte di essere destinataria di un dono da parte di
Dio: allora l'inno di lode si trasforma in un inno di riconoscenza.
E quando mai l'anima può pensare di sottrarsi alla pioggia di
grazie di cui Iddio la ricolma?
Non è forse ogni battito del cuore, ogni respiro, ogni pensiero,
ogni attimo della vita soprannaturale un dono immenso e gratuito da
parte di Dio?
Non è forse questo il dovere di ogni istante, per cui nella santificazione
del suo nome la lode verso l'Altissimo deve mescolarsi intimamente alla
riconoscenza?
Il ringraziamento è una testimonianza resa alle opere e questa
è una forma molto doverosa di lode.
L'episodio evangelico del lebbroso mondato che torna da Gesù
per ringraziarlo e le parole di Gesù dimostrano con quale desiderio
Dio attenda la riconoscenza dell'uomo<<Nonne decem mundati
sunt? et novem ubi sunt? Non est inventus qui rediret, et daret gloriam
Deo, nisi his alienigena?>> (Lc. 17, 17,18 - Non
furono guariti tutti e dieci? E gli altri nove dove sono? Non s'è
trovato chi tornasse a dare gloria a Dio, se non questo straniero?).
Perciò l'operaio deve sempre dedicare un posto adeguato nella
sua preghiera al ringraziamento per i particolari benefici ricevuti
dalla misericordia divina.
Ma sarebbe poco limitare la riconoscenza a queste grazie speciali, poiché
il giudizio dell'uomo è assai limitato e la nostra riconoscenza
corre pericolo di essere troppo scarsa e superficiale.
Occorre invece che il cuore dell'operaio sia dilatato dai palpiti di
una riconoscenza totale, che abbracci ogni sua facoltà, naturale
e soprannaturale, mobilitando tutto l'essere in un'azione di grazie
incessante, preludio ai cantici dell'eternità.
Questo si ottiene facilmente pensando che tutte le realtà nelle
quali ci incontriamo, belle, brutte o indifferenti, piccole o grandi,
superficiali o profonde, transitorie o definitive, naturali o soprannaturali,
che partano dagli uomini o dalle cose, previste o impreviste, ben al
disopra del valore umano e sensibile che può venire ad esse attribuito,
posseggono un significato provvidenziale.
Tutto e tutti rientrano in un piano misterioso di santificazione concepito
dalla omniscenza e dalla onnipotenza di Dio per ciascun uomo, piano
che noi andiamo continuamente lacerando con i nostri peccati, ma che
la divina bontà incessantemente riprende e ricompone.
La santificazione dell'uomo è il fastigio della redenzione e
cioè il trionfo della grande opera affidata dal Padre al Figlio,
e Questi la persegue nei riguardi di ciascuno con un'azione che non
finisce se non quando finisce la vita.
Lo svolgersi di questo divino assedio dell'anima è la profonda,
unica verità.
Tutti i piani secondo cui i fenomeni sensibili e ultrasensibili paiono
ordinarsi sono costruzioni effimere che acquistano un significato solo
per l'apporto recato al piano divino della santificazione individuale.
Il Redentore lavora a questo piano sia con l'intervento positivo della
Grazia, sia permettendo alla forza negativa del dolore di aprire il
terreno spirituale delle anime rendendolo recettivo e fecondabile.
Non vi è circostanza della vita che non trovi la sua precisa
collocazione in questo capolavoro del Cristo che si ripete per ogni
anima.
Non dobbiamo ringraziare soltanto per quei benefici singoli, più
evidenti e piacevoli, che la bontà di Dio concede, ma per tutti
i fattori che incidono nella nostra vita, anche per le circostanze che
sembrano inutili, dolorose, per quelle lame fredde e taglienti che il
dolore sa insinuare nelle latebre più gelose dei nostri desideri
e dei nostri affetti, con precisione che sbalordisce.
Anche queste realtà, che ci sconvolgono e ci abbattono, sono
dettagli di quel piano, filtrazioni dell'anima, fattori di richiamo
e di purificazione, dosati dal medico divino con l'esattezza con la
quale si dosa un farmaco.
L'anima cristiana, e tanto più l'anima consacrata, deve possedere
spiritualmente un'acutezza visiva così sviluppata da saper discernere
i lineamenti di questa economia che va sviluppandosi nei suoi riguardi,
e se anche non sempre riesce a comprenderla deve credere in essa con
fede certa.
Soprattutto deve trasportare questa certezza sul piano dell'amore, trasformandola
in un cantico incessante di riconoscenza per la divina, implacabile,
travolgente persecuzione delle anime che si abbandonano all'azione santificatrice
della grazia e del dolore.
fine 3° paragrafo.........4° paragrafo
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GETSEMANI
capitolo XV
Edizioni Operaie 1952
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<<Pater mi, si possibile est...>>
(Mt. 26, 39)
<<Abba, Pater, omnia
tibi possibilia sunt>>
(Mc. 14,36)
<< Pater, si vis... >>
(Lc. 22,42)
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