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1- La passione era prevista da Gesù, non solo per la sua qualità
di Dio omnisciente, ma anche per la sua qualità di Uomo in quanto
la Scrittura diceva chiaramente, per chi voleva serenamente interpretarla,
quale fosse il destino riserbato al Messia.
Gesù ebbe sempre presente la conclusione tragica della sua vita
e realizzò un continuo superamento dell'angoscia umana che tale
visione procurava, superamento che Gli permise di essere sempre, nonostante
la certissima ingratitudine, il buon Pastore di quel popolo che pure
un giorno Lo avrebbe condotto a morte.
Questo perfetto equilibrio della volontà di Gesù di fronte
al suo dovere viene ora, nel Getsemani, duramente provato.
Da lunghi anni Egli è venuto preparandosi a vivere quest'ora
di dolore e, con suprema fortezza, ha cercato anche di preparare gli
altri, e soprattutto gli apostoli, a vivere lo strazio e lo scandalo
della passione.
Ma la retta intenzione, la buona volontà e le risorse umane non
bastano.
Quando, fra poco, Gesù dirà agli apostoli: <<Lo
spirito è pronto, ma la carne è debole>> le sue
parole saranno particolarmente spontanee ed incisive perché rifletteranno
la tragica prova che si agita adesso nel suo cuore fra il volere e il
dovere, fra la repulsione che la passione imminente provoca nel suo
essere umano e l'adesione incrollabile della sua anima ai disegni del
Padre.
Lo spirito di Gesù è pronto, ma la sua carne è
debole, tremante, accasciata, e dalla sua carne esce, spontanea come
un gemito, la preghiera rivolta al Padre perché Lo liberi, se
è possibile, da questo supremo dolore.
Questa preghiera, nella quale vibra, autentica e inconfondibile, con
la sua vibrazione più alta, l'umanità del Redentore è
però sempre composta, dignitosa, ieratica.
Dai Vangeli sappiamo che già in passato quei dolori che comporranno
la passione sono apparsi a Gesù come un calice disgustoso, assai
difficile a bersi.
Quando la madre di Giacomo e di Giovanni si rivolse a Lui per chiedere
che i suoi figliuoli sedessero nel regno l'uno alla sua destra e l'altro
alla sua sinistra, Egli chiese agli interessati: <<Potestis
bibere calicem, quem ego bibiturus sum?>> (Mt. 20, 22 - Potete
voi bere il calice che berrò io?).
La passione gli è dunque dinanzi come il calice di tutte le amarezze,
come la prova suprema; ed a questa immagine del calice, che gli è
familiare, Egli ricorre nella preghiera del Getsemani: <<Transeat
a me calix iste>>... <<Transfer calicem istum a me>>
(Mt. 26, 39 - Passi da me questo calice - Lc.
22, 42 - Allontana da me questo calice).
Per quanto addolcita dal linguaggio figurato, l'espressione è
fortissima. È l'umanità di Gesù che insorge contro
il dolore, e chiede salvezza.
Con devozione, l'operaio mediti sopra questo grido che Gesù benedetto
ha voluto lasciare, per conforto ed esempio, alla nostra umanità.
Nessun'altra circostanza della vita di Gesù, per umile che sia,
contiene maggiore umiltà di questa; è Gesù che
ci permette di toccare con mano, per così dire, la sua natura
umana.
fine 1° paragrafo......2° paragrafo
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GETSEMANI
capitolo XVI
Edizioni Operaie 1952
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a "Getsemani"
<<Transeat
a me calix iste...>>
(Mt. 26, 39)
<<Transfer calicem hunc a me...>>
(Mc. 14,36)
<<Transfer calicem istum a
me... >>
(Lc. 22,42)
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