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Scritti di Luigi Gedda

XVII

<<CALIX ISTE>>

2 - La Passione di N. S. Gesù Cristo è la conseguenza del peccato dell'uomo, da quello che fu commesso nel Paradiso terrestre, fino a quello che potrà dirsi, nella successione dei tempi, l'ultimo peccato.
Dallo squarcio che il peccato d'origine aprì nella natura umana uscì, come da un argine infranto, l'onda del peccato a sommergere il mondo, ed il Cristo è venuto per riparare quell'argine e per cancellare il peccato.
Ogni peccato commesso dagli uomini, piccolo o grande, notorio o segreto, è assunto dal Cristo ed espiato con la sua passione.

Se dunque il calice del Getsemani contiene misticamente tutti i dolori della passione, esso contiene anche tutti i peccati che sono la causa di quei dolori.
Come il condannato non può separare il pensiero della sua prossima fine da quello del delitto che lo conduce alla morte, così il Cristo non può separare il pensiero della passione imminente da quello dei peccati degli uomini che lo condurranno sul Golgota.
Però mentre il condannato a morte sente sopra di sé la sua colpa e talora un senso di giusta espiazione lo sorregge e quasi lo invoglia al supremo sacrificio, il Cristo innocente avverte il terribile contrasto fra la colpa che gli viene addossata e l'infinita, incolpevole perfezione della sua persona e delle sue nature, e per questo soffre anche più intensamente.

Per quanto il nostro linguaggio sia inadatto ad esprimere ciò che passa in quest'ora fra il Padre e il Figlio, ci sembra di intuire che la giustizia divina, che pur poteva essere placata mediante un'assunzione qualsiasi, simbolica, superficiale, dei peccati degli uomini, richiese che Gesù diventasse il mallevadore per tutte le colpe degli uomini dando una riparazione infinita e condegna alla divina giustizia.
Noi uomini che crediamo in Dio, ma che abbiamo una sensazione assolutamente primitiva della sua maestà, non possiamo renderci conto di quanto fosse lo strazio di Gesù nell'apparire così lordo di peccati non suoi di fronte al Padre, allo Spirito Santo e agli Angeli del Paradiso.
Possiamo appena supporre lo strazio da cui fu invasa la natura umana di Gesù a contatto dei peccati degli uomini.

Il sentimento della giustizia è fra i più radicati nella coscienza dell'uomo e solamente chi ha perso ogni traccia di moralità naturale rimane indifferente di fronte ad un oltraggio recato ad essa.
Ma ogni ingiustizia umana è un nulla di fronte alla condanna che sta per essere pronunciata contro Gesù e questo capovolgimento della giustizia strappa dal profondo del suo cuore quei sentimenti che ciascun uomo prova in circostanze incomparabilmente meno gravi, sentimenti di sdegno, di nausea e di ribellione verso il delitto e verso il colpevole.

Questa posizione di Gesù nella veglia del Getsemani per cui appare vittima di un'infinita ingiustizia, sconvolto e agonizzante a motivo di essa, deve ispirare all'operaio il culto della giustizia e un'attenzione incessante perché, nelle piccole come nelle grandi cose, la giustizia sia salva.
Chi pratica e difende la giustizia acquista l'abito morale della rettitudine, fondamentale per l'operaio tanto più che questi, a motivo del suo lavoro, si trova continuamente alle prese con la vita minuta delle organizzazioni, dei commerci e delle industrie umane dove le violazioni della giustizia sono continue.
Su questo mondo di intrighi e di raggiri, la figura morale dell'operaio si deve stagliare come quella di colui che respinge ogni stortura che possa incrinare la giustizia quand'anche una certa larghezza di coscienza possa apparentemente giovare alle opere di apostolato e cioè a costo di rimetterci.

L'operaio è anzittutto un uomo onesto che lavora per costruire la giustizia sociale e che soffre allorquando l'ingiustizia prevale, ed egli si trova impotente di fronte ad essa.

Quando poi l'operaio cade personalmente vittima dell'ingiustizia umana volga il suo pensiero al divino Agonizzante colpito dalla più grande ingiustizia ed alle parole che Egli pronunziò sul monte: «Beati i perseguitati per amore detta giustizia, perché di questi è il regno dei celi » (Mt. 5, 10).

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GETSEMANI

capitolo XVII

Edizioni Operaie 1952

 

Per tornare a "Getsemani"

<<Transeat a me calix iste...>>
(Mt. 26, 39)

<<Si non potest hic calix transire nisi bibam illum...>>
(Mt. 26,42)

<<Transfer calicem hunc a me... >>
(Mc. 14,36)

<<Transfer calicem istum a me>>
(Lc. 22,42)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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