|
|
2 -
La Passione di N. S. Gesù Cristo
è la conseguenza del peccato dell'uomo, da quello che fu commesso
nel Paradiso terrestre, fino a quello che potrà dirsi, nella
successione dei tempi, l'ultimo peccato.
Dallo squarcio che il peccato d'origine aprì nella natura umana
uscì, come da un argine infranto, l'onda del peccato a sommergere
il mondo, ed il Cristo è venuto per riparare quell'argine e per
cancellare il peccato.
Ogni peccato commesso dagli uomini, piccolo o grande, notorio o segreto,
è assunto dal Cristo ed espiato con la sua passione.
Se dunque il calice del Getsemani contiene misticamente tutti i dolori
della passione, esso contiene anche tutti i peccati che sono la causa
di quei dolori.
Come il condannato non può separare il pensiero della sua prossima
fine da quello del delitto che lo conduce alla morte, così il
Cristo non può separare il pensiero della passione imminente
da quello dei peccati degli uomini che lo condurranno sul Golgota.
Però mentre il condannato a morte sente sopra di sé la
sua colpa e talora un senso di giusta espiazione lo sorregge e quasi
lo invoglia al supremo sacrificio, il Cristo innocente avverte il terribile
contrasto fra la colpa che gli viene addossata e l'infinita, incolpevole
perfezione della sua persona e delle sue nature, e per questo soffre
anche più intensamente.
Per quanto il nostro linguaggio sia inadatto ad esprimere ciò
che passa in quest'ora fra il Padre e il Figlio, ci sembra di intuire
che la giustizia divina, che pur poteva essere placata mediante un'assunzione
qualsiasi, simbolica, superficiale, dei peccati degli uomini, richiese
che Gesù diventasse il mallevadore per tutte le colpe degli uomini
dando una riparazione infinita e condegna alla divina giustizia.
Noi uomini che crediamo in Dio, ma che abbiamo una sensazione assolutamente
primitiva della sua maestà, non possiamo renderci conto di quanto
fosse lo strazio di Gesù nell'apparire così lordo di peccati
non suoi di fronte al Padre, allo Spirito Santo e agli Angeli del Paradiso.
Possiamo appena supporre lo strazio da cui fu invasa la natura umana
di Gesù a contatto dei peccati degli uomini.
Il sentimento della giustizia è fra i più radicati nella
coscienza dell'uomo e solamente chi ha perso ogni traccia di moralità
naturale rimane indifferente di fronte ad un oltraggio recato ad essa.
Ma ogni ingiustizia umana è un nulla di fronte alla condanna
che sta per essere pronunciata contro Gesù e questo capovolgimento
della giustizia strappa dal profondo del suo cuore quei sentimenti che
ciascun uomo prova in circostanze incomparabilmente meno gravi, sentimenti
di sdegno, di nausea e di ribellione verso il delitto e verso il colpevole.
Questa posizione di Gesù nella veglia del Getsemani per cui appare
vittima di un'infinita ingiustizia, sconvolto e agonizzante a motivo
di essa, deve ispirare all'operaio il culto della giustizia e un'attenzione
incessante perché, nelle piccole come nelle grandi cose, la giustizia
sia salva.
Chi pratica e difende la giustizia acquista l'abito morale della rettitudine,
fondamentale per l'operaio tanto più che questi, a motivo del
suo lavoro, si trova continuamente alle prese con la vita minuta delle
organizzazioni, dei commerci e delle industrie umane dove le violazioni
della giustizia sono continue.
Su questo mondo di intrighi e di raggiri, la figura morale dell'operaio
si deve stagliare come quella di colui che respinge ogni stortura che
possa incrinare la giustizia quand'anche una certa larghezza di coscienza
possa apparentemente giovare alle opere di apostolato e cioè
a costo di rimetterci.
L'operaio è anzittutto un uomo onesto che lavora per costruire
la giustizia sociale e che soffre allorquando l'ingiustizia prevale,
ed egli si trova impotente di fronte ad essa.
Quando poi l'operaio cade personalmente vittima dell'ingiustizia umana
volga il suo pensiero al divino Agonizzante colpito dalla più
grande ingiustizia ed alle parole che Egli pronunziò sul monte:
«Beati i perseguitati per amore detta giustizia, perché
di questi è il regno dei celi » (Mt. 5, 10).
fine 2 ° paragrafo...3° paragrafo
|
|
GETSEMANI
capitolo XVII
Edizioni Operaie 1952
|
Per tornare
a "Getsemani"
<<Transeat
a me calix
iste...>>
(Mt. 26, 39)
<<Si
non potest hic calix transire nisi bibam illum...>>
(Mt. 26,42)
<<Transfer calicem hunc a me...
>>
(Mc. 14,36)
<<Transfer
calicem istum a me>>
(Lc. 22,42)
|