1 - La preghiera di Gesù nell'orto consta di due parti.
Nella prima, Gesù manifesta al Padre la sua volontà che
è di non bere a quel calice della colpa e del castigo, orrendamente
disgustoso.
Nella seconda, Gesù dichiara di accettare la volontà del
Padre.
Fra queste due parti fondamentali, come logico anello di congiunzione,
Gesù inserisce la rinuncia al suo volere perché Egli sa
che non coincide i con i disegni del Padre.
Tre evangelisti, Matteo, Marco e Luca riportano questo
inserto con parole somigliantissime: <<Non sicut ego volo>>
(Mt. 26,39 - Non come voglio io); <<non
quod ego volo>> (Mc 14,36 - Non quello che
voglio io); <<non mea voluntas>> (Lc. 22,42-
Non la mia volontà).
La non totale identità delle parole riferite dagli evangelisti
si spiega pensando che Gesù ripetè molte volte, con estrema
umiltà, quella preghiera così semplice, e forse con piccole
varianti formali che rimasero impresse differentemente nella memoria
dei tre apostoli sonnolenti.
Se Giovanni, unico fra gli evangelisti presente alla preghiera di Gesù,
ed ultimo nel tempo a compilare il suo Vangelo, non credette di intervenire
fissando i suoi personali ricordi intorno alle espressioni attribuite
a Gesù, è certamente perché approvava quanto stava
scritto nei sinottici e lo reputava esatto, cioè fedele anche
nelle varianti, alle parole pronunziate dal Maestro.
Lo stesso Gesù, nel passato, aveva messo in evidenza come la
sua volontà umana fosse ben distinta da quella del Padre, ma
che la volontà del Padre e non la sua era la norma alla quale
si atteneva durante la vita terrena.
La dottrina cattolica insegna che Dio è uno solo, cioè
una sola è la natura divina alla quale appartengono tutti gli
attributi della natura intelligente.
Quindi Dio è spirito purissimo, intelligenza suprema, volontà
assoluta.
Come l'intelligenza è attributo inseparabile della spiritualità
di Dio, così la volontà, che segue l'intelligenza nel
possesso del bene conosciuto attraverso l'intelligenza, necessariamente
segue la stessa intelligenza.
Perciò in Dio unica è la natura, unica la volontà,
unica la potenza.
Ma la fede cattolica ci insegna che in Dio vi sono tre Persone, perciò
dobbiamo concludere che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, pur
essendo realmente distinti tra di loro, sono sempre lo stesso Dio, quindi
posseggono totalmente l'unica natura divina.
La conclusione è questa che unico è l'essere, unica l'intelligenza,
unica la volontà, unica la potenza delle tre divine Persone.
Riguardo a Gesù Cristo la dottrina cattolica definita dalla Chiesa
nel Concilio Constantinopolitano III dell'anno 680 contro i Monoteliti
(cioè i sostenitori di un'unica volontà in Cristo) insegna
che in N. S. Gesù Cristo, essendovi realmente due nature distinte
e inconfuse, vi devono essere necessariamente due princìpi d'operazione
e quindi due volontà fisiche, realmente distinte tra di loro,
essendo la volontà una proprietà essenziale della natura
intelligente.
Perciò: due nature, due princìpi intelligenti, due volontà,
divina e umana.
Però queste due volontà, ambedue vere volontà,
ambedue dotate di libero arbitrio, in Cristo non possono essere discordi
inquantochè la volontà umana è sempre conforme
alla volontà divina in quella che è la determinazione
libera del libero arbitrio.
Nella tendenza naturale al bene in sé, qualora trovasi in opposizione
col bene voluto razionalmente, vi può essere manifestazione discorde;
ma nell'oggetto definitivo questa discordia non può esistere.
L'esempio ce lo dà proprio l'episodio del Getsemani.
La volontà divina non può volere il male, quindi nemmeno
la passione di Cristo come fine, cioè come bene.
Però la passione è un mezzo di riabilitazione per l'uomo;
per suo mezzo, l'uomo, mediante l'eroica ubbidienza di Cristo dettata
dal suo amore infinito per la gloria del Padre e per noi, può
essere di nuovo accolto nel novero dei figli di Dio, eredi del Paradiso.
Considerata quindi come mezzo ad un fine così sublime e trattandosi
di male fisico e non morale (peccato), Iddio ha stabilito la passione
di Cristo come mezzo di redenzione.
La volontà umana di Cristo naturalmente rifugge dal dolore, perciò
davanti alla prospettiva della Passione imminente l'anima di Cristo
è talmente presa dallo sgomento e dalla ripugnanza che arriva
a sudare sangue.
Però, considerando la medesima passione come atto di sublime
carità verso il Padre e come mezzo di redenzione per gli uomini,
Nostro Signore liberamente l'accetta e pronuncia il suo fiat.
Ecco come le due volontà in apparenza discordi, realmente convengono
nel medesimo oggetto, cioè nel non volere la I Passione come
fine, ma nel volerla come mezzo per la gloria del Padre e per
la salvezza del mondo.
Anche l'ammalato assumendo una medicina non la ingerisce come se fosse
una cosa buona in sé, ma unicamente in quanto è una ragione
di bene in vista della sanità che essa può conferire.
Per esempio, Egli disse un giorno:
<<Non possum ego a meipso facere quidquam. Sicut audio, indico:
et iudicium meum iustum est: quia non quaero voluntatem meam, sed voluntatem
eius, qui misit me>> (Gv. 5,30 - Non posso
fare cosa alcuna da me. Giudico secondo quello che ascolto; e il mio
giudizio è retto, perché non cerco il volere mio, ma il
volere di Colui che mi ha mandato).
Nel Getsemani ci troviamo, per così dire, in contatto con il
mistero della volontà umana di Cristo come uomo e della volontà
di Cristo come Dio, che è in tutto eguale a quella del Padre
e dello Spirito Santo, essendo unica.
Se così fu per il Cristo a maggior ragione sarà per l'uomo,
e per l'operaio che la sua volontà talvolta non si trovi a coincidere
con quella di Dio, che gli avvenimenti diretti dalla Provvidenza prendano
una piega diversa da quella desiderata o prevista, che il pensiero di
chi rappresenta l'autorità divina sia differente dal pensiero
dell'operaio il quale deve necessariamente sottoporsi e obbedire.
Tutto questo non può suscitare scandalo né smarrimento,
poiché fu vissuto e superato dal Cristo nel podere del Getsemani.
L'operaio che vive di fede penserà allora di quanto l'omniscenza
e l'onnipotenza divina superi l'intelligenza e la potenza umana, sentirà
sopra di sé una mano che lo salva dai mali passi e da ciò
che è mediocre per portarlo verso le sublimi vette dell'abbandono
filiale, e troverà in questa circostanza un'occasione di merito
e di gioia.
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