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XVIII
<<NON MEA VOLUNTAS>>
3 - La volontà dell'uomo non solo è cieca, ma spesso è
schiava.
Anche quando la verità rifulge dinanzi all'intelletto e la voce
della coscienza suggerisce di seguirla, altre voci si levano dal complesso
umano, materiale o spirituale, per irretire la volontà.
Le ferite che il peccato di Adamo ha lasciato nel nostro corpo e nella
nostra anima si riaprono e fermano l'uomo sulla strada del dovere conosciuto.
Dal corpo partono impulsi disordinati che coloriscono di seduzione il
male ed indeboliscono la volontà; quando poi i sensi non sono
custoditi, l'uragano degli istinti si scatena soffocando ogni appello
della coscienza.
Dall'anima, ammalata d'orgoglio, si sprigionano sottili e inebrianti
veleni che addormentano le facoltà mentali presentando all'intelligenza,
e quindi alla volontà, una visione falsa del mondo e della missione
che l'uomo è chiamato a svolgervi.
Il sentimento fondamentale della giustizia gradualmente si dissolve
e non muove, al momento opportuno e quasi automaticamente come dovrebbe,
la volontà.
Anche gli altri abiti delle virtù si riducono a pochi cenci colorati,
e, così spoglia, l'anima è in balìa delle influenze
esterne che la portano or qua ed or là, lontano dalla strada
del suo progressivo accrescimento in Gesù Cristo.
È veramente una prigione quella nella quale si dibatte la volontà
dell'uomo, e se non vi fosse la grazia di Dio a rompere i ceppi della
schiavitù, prima o poi, l'anima si ridurrebbe ad agire secondo
il più volgare determinismo materialista.
Ma il lato tragico di questa situazione si verifica quando l'uomo non
si rende conto di ciò, e continua a credere nella sua libertà,
senza custodirla di fronte agli assalti delle passioni e soprattutto
quando preferisce la sua volontà, asservita al peccato d'origine,
alla perfettissima e adorabile volontà di Dio.
Se la nostra volontà è tanto spesso cieca e altrettanto
schiava, l'operaio deve sentirsi pronto, ogniqualvolta si renda necessario,
a rinunciarvi posponendola alla volontà di Dio. Quando in coscienza
si è certi che la corrente del divino volere si rivolge verso
una direzione determinata, l'operaio deve mettere la sua anima sul filo
della corrente e seguirla non passivamente, ma con quello zelo e con
quella accortezza che la collaborazione alla suprema volontà
richiede.
Chi deliberatamente va contro questa corrente compie un gesto empio,
inutile ed anche privo d'intelligenza perché dettato dall'ignoranza
di quanto sia fragile e fallace la sua volontà.
Se il Cristo, la cui volontà per quanto immune dalle tare del
peccato d'origine e infinitamente più illuminata e libera della
nostra, adottò la volontà del Padre, tanto più
lieta, spontanea ed agile dev'essere per l'uomo la rinunzia alla sua
personale volontà.
Egli abbandona un punto di appoggio pericolante, per ancorarsi ad una
certezza eterna.
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GETSEMANI
capitolo XVIII
Edizioni Operaie 1952
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<<Verumtamen non sicut ego
volo >>
(Mt. 26, 39)
<<Non quod ego volo>>
(Mc. 14,36)
<< Verumtamen non
mea. voluntas >>
(Lc. 22,42)

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