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XVIII
<<NON MEA VOLUNTAS>>
4 - Pronto a sottomettere il proprio volere a quello di Dio, l'operaio
deve però guardarsi da quella deformazione del pensiero cristiano
che consiste nel rifuggire da una testimonianza aperta e ferma del proprio
pensiero.
Gesù medesimo, nel Getsemani, ce ne offre un esempio assai convincente
perché nella stessa preghiera nella quale rinuncia alla propria
volontà, fa presente al Padre che suo desiderio sarebbe di evitare
il calice che Gli viene offerto.
Solamente dopo aver invocato con parole toccanti e ripetute l'esaudimento
del suo personale volere, lo abbandona sottoponendosi alle decisioni
del Padre.
L'operaio, in vista dalla sua vocazione e della sua missione deve essere
un uomo dalla forte e consapevole volontà.
Egli, come uomo, sa di possedere nel libero arbitrio il più alto
decoro della natura umana, il dono sovraeminente ricevuto da Dio quando
volle crearlo a sua immagine e somiglianza.
I doni si rispettano, e cioè si trattano con sommo riguardo e
si utilizzano, sia per il valore intrinseco che posseggono, sia per
deferenza verso la persona che li ha donati.
Il dono di una volontà libera non può essere ignorato
né sottovalutato dall'uomo, anche per rispetto ed amore verso
Iddio che si è compiaciuto di arricchirlo di tanto.
L'uomo ha dunque il dovere di esercitare la volontà che Iddio
gli ha donato costringendola a servizio di ciò che a lui sembra
essere, secondo scienza e coscienza, il bene da perseguire.
Elaborare attraverso le operazioni del pensiero, sulla scorta di tutti
i dati che l'esperienza, la logica e la consultazione possono fornire,
un'opinione personale, è un'operazione doverosa a cui l'operaio
non può sottrarsi con il pretesto di un conformismo che ricopre
mortiferi strati di pigrizia spirituale.
Egli è tenuto ad attivare la sua intelligenza e a sollecitare
proporzionalmente la sua volontà così da raggiungere,
per ogni obiettivo, il massimo rendimento personale, presupposto, s'intende,
il concorso divino e l'aiuto soprannaturale della grazia.
Solamente quando, per via diretta o mediata, risulti che il volere divino
non coincida con la sua opinione, l'operaio con soavità e decisione
abbandonerà il suo punto di vista.
Allora la sua offerta è preziosa come il sacrificio di Abele
perché egli non presenterà una volontà arruginita,
ma una volontà lucente, palpitante, esercitata, bella come una
primizia sacrificata sull'altare.
Iddio non chiede che di giungere al soccorso di una consimile volontà
tesa come un arco; e giunge difatti a rettificarne la mira, onde la
freccia dell'azione non scocchi verso un cattivo bersaglio.
Perché ci sia questa rinunzia occorre a fortiori che
ci sia il volere a cui rinunciare, ed è per questo motivo che
il cristianesimo in genere e la spiritualità getsemanica in specie,
non costituisce un avvilimento della volontà e della personalità
dell'uomo, ma un trionfo.
Il superamento di questo volere, con l'accettazione del volere divino,
rappresenta, poi, la sublimazione della persona umana che giunge in
questo modo ad attingere i vertici della vita divina.
fine 4° paragrafo ..Capitolo XIX..-
1° paragrafo
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GETSEMANI
capitolo XVIII
Edizioni Operaie 1952
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<<Verumtamen non sicut ego
volo >>
(Mt. 26, 39)
<<Non quod ego volo>>
(Mc. 14,36)
<< Verumtamen non
mea. voluntas >>
(Lc. 22,42)

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