1 - Agonia è lotta della vita contro la morte, dell'organismo
contro le forze che tendono a distruggerlo.
Di solito per agonia s'intende l'estremo dell'esistenza quando la reazione
della vita alla morte non è basata sulla volontà, che
spesso è assente perché assente è la coscienza,
o impotente, ma sull'istinto di conservazione che si trasforma in un
conato di tutti gli organi che cercano, fino agli estremi limiti, di
sopravvivere.
Ma è lecito dilatare il significato di questa parola conducendola
a indicare non solo la lotta dell'organismo fisico, ma anche dell'anima
contro la morte.
Non è che l'anima possa perire, ma sono, per così dire,
i suoi legami con il corpo che vengono messi a durissima prova, al punto
che i dolori morali paiono capaci, a volte, di reciderli e di uccidere.
È questa un'agonia spirituale per cui si può giungere
alle soglie della morte e talora anche alla morte, non per cause che
interessano il corpo, ma per cause che agiscono sull'anima.
Tale è il combattimento di Gesù nell'orto degli ulivi
contro la marea montante del dolore spirituale che dilaga nella sua
anima, annichilendo l'Uomo-Dio di fronte agli uomini e di fronte a Dio.
Gesù è solo, ma la solitudine non è
il dolore più grande; per chi possiede una vita interiore può
anche essere una beatitudine, purché nell'individuo sia la pace.
Ora in Gesù è la passione interiore: la sua immaginazione
non può non rappresentargli la passione imminente, fisica e morale,
e la sua intelligenza non può distogliersi dal peso del peccato
che Egli deve portare; è una via senza scampo; una sofferenza
che non si può frenare; tutto crolla attorno a Gesù; non
gli rimane che la vita, questa delicata fiamma corporea che viene agitata,
strappata, dal vento del dolore e che minaccia di spegnersi.
La resistenza spirituale di Gesù si tende fino allo spasimo fisico
e si comunica ad ogni parte del corpo.
È l'agonia di cui parla il Vangelo: «Factus in agonia
» (Lc. 22,43 - Venuto in agonia). Ma il
testo che descrive con parole così aspre e chiuse lo stato fisico
e morale del divino Maestro, subito si apre, come in un sussurro di
speranza, dicendo di Lui: <<prolixiits orabat>>
(Lc. 22,43 - Pregava più intensamente).
Dunque, la vita non è spenta. Sotto i macigni del dolore essa
scorre mormorando come un ruscello e il suo mormorio è la preghiera.
Ridotto dal dolore sulla soglia della morte, Gesù pregava.
Le parole di Luca: <<Factus in agonia>> ricordano
le parole di Gesù pronunciate nell'atto di congedarsi dagli apostoli:
<<Tristis est anima mea usque ad mortem>>, ed entrambi
i testi richiamano quelle parole profetiche dell'Antico Testamento che
dicono: <<Inundaverunt aquae super caput meum: dixi: perii>>
(Lamento 3, 54 - Le acque dilagarono sopra il mio capo:
io dissi: Sono perduto).
Non è un dolore parziale, per quanto grave, che opprime l'anima
di Gesù, ma un dolore totale che Lo demolisce e Lo schiaccia
contro terra.
La divina agonia insegna all'operaio che egli può incontrare,
nella sua vita, tale dolore per cui tutto l'uomo entra in sofferenza,
mentre ogni via di salvezza appare chiusa.
Sono momenti nei quali i meriti acquisiti vengono dimenticati, le amicizie
crollano, il favore pubblico si capovolge, le opere appaiono come massi
pesanti e sterili, difficoltà finanziarie avvelenano le acque
dell'apostolato, i cattivi prevalgono, i Superiori riescono incomprensibili,
le calunnie dilagano, l'intelligenza non riesce a risolvere i problemi
innumerevoli che si pongono, e manca il coraggio per affrontarli con
quella decisione che assicura la vittoria.
In questi momenti, all'operaio non rimane che la possibilità
di trascinare la vita di giorno in giorno, di ora in ora, questa povera
vita fisica che vibra anch'essa sotto i colpi di maglio del dolore,
e sembra cedere di fronte alla violenza dell'angoscia.
Tempo di agonia che conduce l'uomo del mondo alla disperazione, alla
bestemmia, alla follia e talora anche al suicidio, e che l'operaio affronta
come la prova suprema della sua consacrazione.
Il dolore è presente, per così dire, allo stato puro,
in quanto non dà adito a nessuna gioia, a nessun conforto; e
ciò che spesso gli dona il suggello getsemanico è che
l'uomo deve soffrire non per colpe proprie, ma per colpe commesse, in
buona o cattiva fede, da altri.
L'operaio in questo modo si trova, evidentemente, accanto a Gesù
nell'orto degli ulivi, prostrato a terra, come Lui grondante lacrime
e sangue, colmo di dolore, di paura e di nausea, lontano dagli altri
uomini che dormono : « factus in agonia ».
Ma un sovrumano pensiero lo alimenta: Gesù non è più
solo, vi è chi veglia e soffre con Lui; in questo momento l'operaio
è sicuro di assolvere la sua missione più recondita e
preziosa.
Non dagli uomini o dalle cose umane, ma da una sorgente
di pura fede giunge a lui una certezza che lo sorregge oltre ogni ostacolo:
poiché egli divide con Gesù l'agonia, dividerà
con Gesù anche la gloria.
Quando e come, in questo mondo o nell'altro, in modo cognito agli uomini
o incognito, non importa.
Gesù lo sa ed egli, disarticolato e purificato dal dolore, si
affida a Lui con le parole di consapevole abbandono dettate dall'Apostolo:
<<Scio cui credidi>> (II Tim. 1, 12 -
Conosco di chi mi sono fidato).
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