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Statua di Gesù orante - Cripta del Getsemani di Paestum
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Scritti di Luigi Gedda

XX

<< FACTUS IN AGONIA>>

3 - II dolore è uno scoglio contro il quale urtano tutte le filosofie, vi è chi cerca di sminuirlo considerandolo come l'effetto di una cattiva organizzazione del mondo e perciò come un problema che può essere risolto, mentre vi è chi lo considera come il motivo dominante della vita umana dal quale non solo non si può evadere, ma di cui bisogna pascersi, e parlano perfino di un culto del dolore.
Sono queste delle concezioni errate che il cristiano non può alimentare.
Come non può credere ad una vita senza dolore perché il castigo del peccato d'origine grava penosamente su ogni uomo, così non può considerare il dolore come un oggetto desiderabile per se stesso, poiché il dolore è pur sempre un male che ripugna alla natura dell'uomo e per il quale l'uomo non è stato creato.

Se giusto è guardare con fermezza in faccia al dolore è anche giusto considerarlo per quello che è, come un male inevitabile trasformato dai meriti del Cristo in una preziosa medicina.
In quel modo che gli uomini, pur apprezzando le medicine del corpo e adoperandole, cercano di raggiungere quelle buone condizioni di salute che li rendano indipendenti dalle medesime medicine, così è ben naturale che il cristiano desideri che si allontani da lui il calice del dolore, come anche Gesù ha desiderato, e che alla soddisfazione della giustizia di Dio si giunga più presto ed in altro modo.

Di qui parte una seconda considerazione relativa ai rapporti fra preghiera e dolore che deve essere familiare all'operaio: il valore satisfattorio della preghiera.
La preghiera passando, per così dire, attraverso l'infinita bontà di Dio giunge a placare la sua infinita giustizia; essa è capace di strappare a Dio, per i meriti e secondo le promesse di Gesù, l'indulgenza e il perdono.

La preghiera, in questo modo, è vicaria del dolore poiché ne fa le veci, lo sostituisce, lo previene, lo integra.
Chi soffre pregando, soffre meno, non solo per il conforto che la preghiera gli dona, ma anche perché il dolore viene abbreviato nel tempo e diminuito d'intensità.
La preghiera che si mescola alle lagrime, raggiunge il cuore di Gesù e lo muove a misericordia perché non può essere diverso il suo atteggiamento alla destra del Padre, da quello che fu nella vita terrena quando le preghiere degli uomini mossero la sua onnipotenza e valsero a confortare ogni dolore.

Nell'agonia del Getsemani il divino Maestro sembra dettarci un testamento spirituale che consiste in due realtà, le quali si intrecciano nel suo esempio come devono intrecciarsi nella vita dell'operaio: dolore e preghiera.
Quanto più si sviluppa il dolore, tanto più ha da crescere nell'intensità la preghiera.

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GETSEMANI

capitolo XX

Edizioni Operaie 1952

 

<<Et factus in agonia prolixius orabat>>
(Lc. 22,43)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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