3 - II dolore è uno scoglio contro il quale urtano tutte le filosofie,
vi è chi cerca di sminuirlo considerandolo come l'effetto di
una cattiva organizzazione del mondo e perciò come un problema
che può essere risolto, mentre vi è chi lo considera come
il motivo dominante della vita umana dal quale non solo non si può
evadere, ma di cui bisogna pascersi, e parlano perfino di un culto del
dolore.
Sono queste delle concezioni errate che il cristiano non può
alimentare.
Come non può credere ad una vita senza dolore perché il
castigo del peccato d'origine grava penosamente su ogni uomo, così
non può considerare il dolore come un oggetto desiderabile per
se stesso, poiché il dolore è pur sempre un male che ripugna
alla natura dell'uomo e per il quale l'uomo non è stato creato.
Se giusto è guardare con fermezza in faccia al dolore è
anche giusto considerarlo per quello che è, come un male inevitabile
trasformato dai meriti del Cristo in una preziosa medicina.
In quel modo che gli uomini, pur apprezzando le medicine del corpo e
adoperandole, cercano di raggiungere quelle buone condizioni di salute
che li rendano indipendenti dalle medesime medicine, così è
ben naturale che il cristiano desideri che si allontani da lui il calice
del dolore, come anche Gesù ha desiderato, e che alla soddisfazione
della giustizia di Dio si giunga più presto ed in altro modo.
Di qui parte una seconda considerazione relativa ai rapporti fra preghiera
e dolore che deve essere familiare all'operaio: il valore satisfattorio
della preghiera.
La preghiera passando, per così dire, attraverso l'infinita bontà
di Dio giunge a placare la sua infinita giustizia; essa è capace
di strappare a Dio, per i meriti e secondo le promesse di Gesù,
l'indulgenza e il perdono.
La preghiera, in questo modo, è vicaria del dolore poiché
ne fa le veci, lo sostituisce, lo previene, lo integra.
Chi soffre pregando, soffre meno, non solo per il conforto che la preghiera
gli dona, ma anche perché il dolore viene abbreviato nel tempo
e diminuito d'intensità.
La preghiera che si mescola alle lagrime, raggiunge il cuore di Gesù
e lo muove a misericordia perché non può essere diverso
il suo atteggiamento alla destra del Padre, da quello che fu nella vita
terrena quando le preghiere degli uomini mossero la sua onnipotenza
e valsero a confortare ogni dolore.
Nell'agonia del Getsemani il divino Maestro sembra dettarci un testamento
spirituale che consiste in due realtà, le quali si intrecciano
nel suo esempio come devono intrecciarsi nella vita dell'operaio: dolore
e preghiera.
Quanto più si sviluppa il dolore, tanto più ha da crescere
nell'intensità la preghiera.
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