3 - Le parole di Isaia «Vere languore nostros ipse tulit et
dolores nostros ipse portavit» (Is. 54,4 - Veramente
egli ha preso sopra di sé i nostri dolori) commentano
assai bene la passione di Gesù, sottolineando il fatto che Egli
ebbe a soffrire i languori e i dolori di tutti gli uomini e di ciascuno
in particolare.
Fra questi languori, che abbiamo in comune con il Figlio di Dio fattosi
uomo, vi è quel profondo bisogno di conforto che si manifesta
nei giorni del dolore.
Il bisogno di conforto è anzitutto un bisogno di comprensione
e di aiuto, di comprensione più ancora che di aiuto o, per meglio
dire, di un aiuto che, se anche non grande e non risolutivo, sia quasi
un simbolo della comprensione del prossimo.
L'uomo immerso nel dolore ha bisogno che altri, intendendo il suo stato
d'animo, si commuova di lui, con lui e per lui, secondo il significato
profondo della parola « compassione ».
Dalla comprensione e dalla compassione nasce il conforto che solleva
l'animo di chi soffre, lo rende sereno e forte, terge le lagrime e rinfranca,
nel tempo stesso, le forze fisiche.
L'operaio è uomo e l'umiltà vuole che egli si assoggetti,
come Gesù, alle esigenze dell'anima umana la quale non attraversa
impunemente il dolore, ma vibra al suo contatto, sollecita, invoca,
esige il conforto.
Il dolore muto, che allontana l'uomo dall'uomo, è spesso un dolore
superbo, di chi non vuole dimostrare le sue debolezze o le sue disavventure,
dolore disumano contrario alle leggi di natura e allo spirito soprannaturale
del cristianesimo.
L'operaio riconosce con semplicità, di fronte a se stesso ed
agli altri, il bisogno che sente di essere confortato, ma nel chiedere
e nel valutare il conforto, il suo pensiero vola al Getsemani che si
ripete inevitabilmente nelle vicende del suo dolore.
La frase profetica <<ho aspettato dei consolatori e non li
ho trovati>> (Salmo 68,21) che si attaglia così bene
a Gesù agonizzante, esprime anche la condizione in cui viene
a trovarsi l'uomo che soffre.
Non sempre egli è ridotto nella tragica e totale solitudine di
Gesù perché lo Spirito Consolatore ha insegnato ed insegna
a consolare gli afflitti, ma se anche il conforto da parte dell'uomo
è presente, molto spesso non è in quella misura ed in
quella forma che l'uomo investito dal dolore desidera e attende, poiché
all'infuori di ogni volontaria insufficienza vi è sempre nel
consolatore l'insufficienza involontaria ed essenziale della natura
umana, che riduce in stretti limiti le possibilità e frena le
nobili intenzioni.
Il parente più intimo, l'amico più caro non riescono,
pur desiderandolo, a portare quel sollievo che il caso richiede, mentre
la grande maggioranza delle persone apparentate o amiche dorme pesantemente,
vinta dal sonno della propria sofferenza, delle ambizioni, della paura,
della distrazione, dell'ignoranza, dell'opportunismo.
Nel dolore dell'uomo vi sono sempre delle ore nelle quali egli si sente
solo e abbandonato.
Allora chi soffre, e particolarmente l'operaio, memore di quanto avvenne
a Gesù nel Getsemani, senza inveire contro gli uomini che non
sanno e che non possono, deve chiedere e attendere il conforto dall'alto.
Fu il Padre a condurre il Figlio in questa posizione-limite per assolvere
al suo piano redentivo e cioè per uno scopo di amore, ed è
ancor Lui che conduce l'operaio nel deserto dove il conforto umano è
assente per uno scopo di amore, per legare l'anima della creatura non
ad altri che a Se stesso.
L'operaio legge, al disotto degli avvenimenti, questa intenzione del
Padre, si ispira al luminoso esempio del Figlio, e invoca il conforto
dallo Spirito Consolatore.
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