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Statua di Gesù orante - Cripta del Getsemani di Paestum
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Scritti di Luigi Gedda

XXV

<<VIGILATE ET ORATE>>

4 - Lo scopo della vigilanza e della preghiera ordinate da Gesù agli apostoli è da Lui stesso dichiarato con queste parole: <<ut non intretis in tentationem>> (Mt 26,41 - Per non entrare in tentazione).
Come è noto, vi è una toccante analogia fra il Pater noster insegnato da Gesù ai fedeli e la preghiera che Gesù stesso rivolge al Padre nell'orto degli ulivi.
Anche in queste parole, per quanto non facenti parte dell'invocazione al Padre, ritroviamo un elemento della preghiera dominicale la quale termina dicendo: <<et ne nos inducas in tentationem>>.
È il medesimo, divino Cuore che rivela un'identica costante preoccupazione, che i suoi discepoli non cadano nella tentazione; perciò mentre Gesù ha provveduto a trasfondere questo suo tormento in una preghiera che i cristiani dovranno recitare ogni giorno, ecco che ora li ammaestra direttamente intorno al modo migliore per sventare l'insidia di Satana e per non mettersi, essi stessi, in tentazione.

Nel Pater noster Gesù aveva insegnato a dire «et ne nos inducas in tentationem» perché quella era una formula di preghiera coniata per gli uomini e non per sè come appare dalla espressione che Egli usa «sic vos orabitis » (Mt 6,9 - Voi pregate così..).
Nè si addice al Figlio di Dio la paura dell'insidia diabolica poiché Egli poteva essere tentato dal maligno, come difatti avvenne, ma non poteva essere vinto.
Però all'uomo, che offre il fianco scoperto dal peccato d'origine, e che combatte la sua battaglia sul terreno minato dalle passioni, si addice la paura per l'assalto del demonio.
Gesù teme per lui l'ora della tentazione.

I tronchi e i rami degli ulivi che si stagliavano contorti contro il freddo cielo lunare forse ricordavano a Gesù un altro albero del bene e del male ai piedi del quale per la prima volta Satana aveva tentato l'uomo e lo aveva vinto.
Egli conosce la sua abilità a nascondersi, a trasformarsi e ad insinuarsi nell'animo umano, come pure a scoprirne ogni piega e quei punti deboli sui quali punta rapidamente per aprirsi un varco e catturare la preda.
La redenzione è il più ardente assalto dato da Dio alla roccaforte del libero arbitrio dell'uomo, mentre la tentazione è il terribile assalto sferrato dal maligno.
La redenzione è una tentazione al bene, la grande tentazione di Dio offerta all'uomo con tutti i mezzi per coglierne i frutti e si oppone direttamente alla tentazione di Satana.
Offrendosi ai tormenti della passione morale e materiale, Gesù si preoccupa di quel piano satanico che insidierà le sue conquiste in ogni tempo e vi si oppone mettendo sull'avviso gli apostoli.

II buon operaio teme, più di ogni altra cosa, ed anche più del peccato, la tentazione.
La cognizione della sua debolezza lo conduce a temere gli assalti di Satana ed a guardarsene. Mentre chiede di liberarlo dalla tentazione, procede cautamente e umilmente per evitare di cadere nel laccio teso contro di lui.

fine 4° paragrafo.


 

 



 

 

 

 

 



 

 

 





 

 



 



 

 








 

 


 

 

 



 

 

 

 





 

 

 

 

 

 


 

 


GETSEMANI

capitolo XXV

Edizioni Operaie 1952

 

<<Vigilate et orate ut non intretis in tentationem>>
(Mt. 26,41)

<<Vigilate et orate ut non intretis in tentationem>>
(Mc. 14, 38)

<<Orate ne intretis in tentationem >>
(Lc 22,40)

 

 

 

 

 

 

 

 

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