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Statua di Gesù orante - Cripta del Getsemani di Paestum
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Scritti di Luigi Gedda

<<NON TE NEGABO>>

3 - La diffidenza deve anzitutto esercitarsi nei riguardi dell'intelligenza personale.
Ciascuno deve dubitare della propria capacità di vedere giusto in ordine ai suoi doveri, anche se, da un punto di vista umano, può sembrare che egli sia lungimirante, accorto, sensibile, pronto, istruito e saggio.

La sapienza dell'uomo è sempre un'entità ridicola a confronto della sapienza di Dio ed è questa che regge il mondo.
Il meccanismo degli avvenimenti spirituali e materiali non può essere raggiunto che faticosamente e incompiutamente dall'intelligenza umana, la quale in ogni decisione si trova di fronte a dei fattori imponderabili.

Quanto più si allarga la conoscenza dei problemi, tanto più si avverte la responsabilità e la difficoltà della decisione, cosicché, diminuendo l'ignoranza, aumenta proporzionalmente il senso della limitazione dell'intelligenza umana.
Tanto è intricato il groviglio dei fenomeni che si svolgono nell'uomo e attorno all'uomo, che meditando su di esso, non solo la presunzione di chi crede di saper tutto e di poter giudicare di tutto appare insostenibile, ma perfino si corre pericolo di cadere nell'estremo opposto e cioè nella viltà spirituale di chi non si sente di prendere una decisione e di uscire dall'incertezza per agire secondo una precisa direttiva.

La diffidenza verso il proprio pensiero si traduce pertanto nel ricorso fiducioso a Colui che è Sapienza increata, Verità redentrice, Datore di ogni lume.
Dagli abissi della nostra ignoranza sale l'invocazione del cieco di Gerico: <<Domine, ut videam>> (Signore che io veda! - Lc. 18,41).
Per ogni giornata: <<Domine, ut videam!>>. Per ogni opera: <<Domine, ut videam!>>. Per ogni problema da risolvere: <<Domine, ut videam!>>.
Ed anche se la strada sembra illuminata e sgombra, allora più che mai, per evitare la presunzione, il superficialismo, la mediocrità, l'ignoranza colposa: <<Domine, ut videam!>>.

Secondariamente, l'atto più importante consiste nel costringere il proprio pensiero a ragionare a fil di logica con obiettività e completezza.
Il buon operaio è un'anima orante ed un cervello pensante.
Prima di accingersi ad un'opera qualsiasi, grande o piccola, prima di stabilire il piano della giornata, oppure di giudicare o di consigliare qualcuno, come pure di fronte ad ogni altra circostanza che richieda un suo consapevole impegno, l'operaio deve raccogliersi e pensare.
Iddio non lascia mancare i lumi a chi umilmente li chiede.
E' l'uomo che troppo spesso non si trattiene a consultare se stesso e procede trascinato dalle sue passioni, buone o cattive, ma sempre irrazionali.

L'uomo è dotato, in grado più o meno grande, di una qualità preziosa: l'intuizione; ma ricordi l'operaio che l'intuizione deve sempre essere rigorosamente controllata perché diversamente può guidare alla rovina.

Chiedere alla propria intelligenza il massimo sforzo, sorvegliarla perché non si lasci intorbidire dal sentimento, impegnarla nella minuta analisi di ciò che giunge nel raggio dell'azione personale, è un modo pratico e salutare con il quale l'operaio prende posizione contro le costruzioni affrettate e provvisorie della sua intelligenza.

L'autocritica da esercitarsi mediante la consultazione pacata e spietata del proprio pensiero, richiede di essere integrata dalla consultazione del prossimo ed anzitutto dei Superiori.
La teologia insegna che i Superiori posseggono una grazia speciale per dirigere i dipendenti, la grazia di stato, e perciò è privo di senso comune chi non ne approfitta.
L'operaio non deve guardare ai suoi Superiori con timore panico, oppure con il segreto desiderio di evadere da quelle che possono essere le loro direttive.
Bisogna considerare i Superiori con devozione, con disciplina, come i detentori per mandato divino di segreti importantissimi per la buona riuscita delle nostre opere, ma anche con semplicità e con la massima confidenza, così che ogni iniziativa sia di fronte ad essi come una casa di vetro dove il loro sguardo possa penetrare liberamente.

Superiori sono anzitutto quelli che il Redentore ha disposto al governo della sua Chiesa: il Papa e i Vescovi.
Ma Superiori sono anche coloro da cui, per altri titoli, devono dipendere le opere alle quali l'operaio si dedica.
Una superiorità specifica l'operaio deve poi riconoscere a tutti coloro che sono in grado di fornirgli consigli e idee intorno al suo programma di azione, sia dal punto di vista spirituale come dal punto di vista tecnico, a cominciare dal direttore spirituale fino all'uomo di strada.
Consultare il pensiero degli altri deve diventare per l'operaio non un atto di umiliazione, ma una sorgente di gioia; una ricerca del volere divino, un alleggerimento della propria responsabilità.

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GETSEMANI

capitolo III

Edizioni Operaie 1952

 

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<<Ait illi Jesus: Amen dico tibi, quia in hac nocte antequam gallus cantet, ter me negabis. Ait illi Petrus: Etiam si oportuerit me mori tecum, non te negabo>>
(Mt. 26,34,35)

<<Et ait illi Jesus: Amen dico tibi, quia tu hodie, in nocte hac, priusquam gallus vocem bis dederit, ter me es negaturus. At ille amplius loquebatur: Et si oportuerit me simul commori tibi, non te negabo>>
( Mc. 14,31)

<<Qui dixit ei: Domine, tecum paratus sum et in carcerem, et in mortem ire. At ille dixit: Dico tibi Petre, non cantabit hodie gallus, donec ter abneges nosse me>>
(Lc. 22, 33,34)

<<Repondit ei Jesus: Animam tuam pro me pones? Amen, amen dico tibi: non cantabit gallus, donec ter me neges>>
(Gv. 13,38)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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