4 - La diffidenza
di sè si estende necessariamente dal settore dell'intelligenza
al settore della volontà.
Quando, per illuminazione interna od esterna, il giudizio dell'uomo
può dirsi esatto vi è pur sempre motivo di temere che
le passioni pervertano i giudizi dell'intelligenza trascinando la volontà
verso l'errore.
La nostra volontà è ammalata, ed il cammino lungo ed aspro
della perfezione non è altro che un processo di irrobustimento
della volontà affinché essa risponda fedelmente al magistero
divino.
Conoscenza del dovere da compiere e disobbedienza della volontà,
è ciò che avvenne in Pietro quando nell'atrio del sommo
sacerdote gli fu chiesto se egli appartenesse ai seguaci di Gesù.
La paura irretì la sua volontà e la deviò verso
lo spergiuro.
Perciò da questo tratto del Getsemani, l'operaio deve imparare
a diffidare della sua volontà ancor più che della sua
intelligenza.
Non possiamo dare affidamento di noi stessi, se non condizionatamente
all'aiuto che ci verrà da Dio e cioè <<per grazia
di Dio>> e <<se Dio vorrà>>.
Ogni altra posizione è irreale e dannosa perché alimenta
una certezza infondata ed impedisce il ricorso alla fonte unica della
fortezza, la grazia, dalla quale non possiamo prescindere.
La convinzione della debolezza congenita della nostra buona volontà
non deve essere una posa suggerita da una umiltà affettata, ma
una robusta convinzione che non tanto si esercita nelle dichiarazioni
verbali, quanto nel giudicare severamente noi stessi e nel prendere
le misure opportune.
Il tradimento della volontà può essere evitato a condizione
di mantenere in efficienza l'esercizio del libero arbitrio che Iddio
regalò all'uomo.
Che la vera libertà non consista solo nella libertà fisica
ma nella libertà morale e cioè nella libera scelta del
bene, in ordine al fine, come la teologia insegna, appare evidente quando
si consideri che ogni adesione al male è ordinariamente una capitolazione
dell'uomo di fronte alle forze oscure di un istinto ammalato e irrazionale.
Dominare perfettamente nella nostra anima tutto ciò che è
istintivo equivale ad assicurarsi uno svincolamento vittorioso dagli
assalti del maligno.
Il congegno del libero arbitrio deve essere conservato con la cura
assidua con la quale si conservano le macchine per le quali non vi è
peggior nemico del non-uso.
Una macchina lasciata ferma viene invasa dalla ruggine e perde quella
messa a punto di ogni parte che garantisce il buon funzionamento.
Non esercitarsi a volere, equivale a soccombere.
Di qui l'importanza che l'operaio deve attribuire alle piccole mortificazioni,
ai sacrifici più grandi e liberamente ricercati, alla rinuncia
di ciò che pure rappresenterebbe un suo diritto.
Tutto questo fa parte della manutenzione della volontà la quale
deve essere come un acciaio lucente in condizioni di piena efficienza.
Le amare lacrime versate da Pietro al canto del gallo, saranno evitate
all'anima accorta che diffida di sè e confida nell'aiuto onnipotente
di Dio.
fine 4° paragrafo.......IV Capitolo, 1°
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