2 - <<Ubi
enim sunt duo, vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio corum>>
(Mt. 18,20 - Infatti dove sono due o tre persone
riunite nel nome mio, ci sono io in mezzo ad esse).
Queste parole di Gesù riferite dal primo evangelista, consentono
ai cristiani di ripetere all'infinito, sia pure misticamente, i convegni
con Gesù che gli apostoli solevano tenere nel Getsemani.
Gesù è presente in mezzo a coloro che si radunano nel
suo nome. L'espressione <<in nomine meo>> vuol
dire in nome di Gesù, della sua dottrina e della sua missione
redentrice, nel suo spirito e nella sua grazia.
Non sono le adunanze purchessia che hanno questo privilegio dell'invisibile,
eppure certa, assistenza di Gesù, ma quelle che si propongono
di continuare e sviluppare la grande opera dell'Operaio divino, e cioè
la Redenzione.
A queste riunioni è assicurata la presenza del Cristo che vuol
dire garanzia di luce e di fecondità.
Quando i discepoli convenivano nel Giardino degli ulivi possiamo pensare
che essi sedessero a cerchio attorno al Maestro, il quale riassumeva
gli avvenimenti della giornata e li commentava discoprendo i panorami
inesausti del regno di Dio e ricavando dai fatti, come da parabole vissute,
le supreme verità della fede.
Fuori del Getsemani, il Maestro parlava per tutti, qui parlava per loro,
poveri ignoranti Galilei, ma destinati ad una grande missione che solo
oscuramente intuivano.
Gli evangelisti non ci permettono di ricostruire i verbali dei convegni
che si tennero nel Giardino degli ulivi, ma si può credere che
ivi le cure più assidue fossero dedicate da Gesù a quel
pugno di uomini che rappresentavano la Chiesa, sua sposa.
Quando gli operai convengono in colloqui a due o in adunanze più
numerose, la preoccupazione dev'essere di rinnovare lo spirito delle
riunioni getsemaniche così da meritare la presenza di Gesù.
Per questo gli argomenti dei loro discorsi siano pratici, circostanziati,
concreti, traspaia sempre l'anima dell'operaio proteso verso la costruzione
del Regno di Dio in sè o negli altri, costruzione a cui si può
contribuire perfino con la ricreazione, quale mezzo di ricupero delle
forze fisiche e spirituali necessarie per il lavoro.
Nulla di ciò che è buono è alieno dalla conversazione
degli operai, ma tutto deve apparire come vivificato dalla grazia, così
che gli argomenti anche umani si distacchino da terra per l'intenzione
che muove coloro che si trovano a trattarne.
Le chiacchere oziose e maldicenti ripugnano all'operaio, per cui egli
cerca di spegnere questi discorsi con molta semplicità, passando
ad altro argomento.
La tensione apostolica delle riunioni operaie non deve essere ricercata,
ma spontanea come risultato della formazione dei singoli i quali non
respirano, e cioè non possono sentirsi a loro agio, se non in
un'atmosfera satura di spirito evangelico; perciò questa tensione
è un indice della formazione raggiunta.
Ciascuno è chiamato a collaborare perché
si stabilisca fra gli operai questo modo di essere dove appare, per
così dire, la trasformazione degli uomini in figli adottivi di
Dio, i quali mettono tutto il possibile impegno ad occuparsi, come Gesù,
degli interessi del Padre che sta nei cieli.
Tali riunioni rinnovano le pause getsemaniche del collegio apostolico
e sostengono l'operaio lungo la via, facendogli gustare le dolcezze
del Paradiso.
fine 2° paragrafo.......3° paragrafo