2 - L'assunzione
di Pietro, Giacomo e Giovanni ripete, con il linguaggio che promana
da un fatto concreto, il pensiero che Gesù aveva esposto ai commensali
durante l'ultima cena, quando disse: <<Non vos me elegistis
sed ego elegi vos, et posui vos ut eatis, et fructum afferatis>>
(Gv. 15, 16 - Non avete voi scelto me, ma io ho scelto
voi, e vi ho designati per andare a far frutto).
Non sono gli uomini, in questo caso Pietro, Giacomo e Giovanni, che
scelgono Gesù ma è Gesù che li sceglie in ordine
ad un fine positivo da raggiungere e cioè ad un frutto che la
pianta deve produrre.
L'operaio deve pensare similmente di se stesso e della propria vocazione.
E non è difficile; per poco che egli si raccolga a meditare vedrà
distintamente e, più ancora, sentirà che l'impulso gli
venne dall'alto attraverso vie nascoste od inconsuete che si pensava
conducessero in ben altre direzioni.
È facile e doveroso riconoscere la nullità dei meriti
e la gravita delle colpe commesse, per cui non si può pensare
che la vocazione sia giunta in qualche modo sollecitata dalla giustizia.
A ragione di giustizia la bilancia di Dio giudice avrebbe spostato inesorabilmente
l'indice verso una vita opaca, oppure, verso una vita non inserita nel
circuito della grazia. Non si poteva meritare altro in base alle cattive
prove precedenti.
Di che cosa mai può aver diritto l'uomo, ogni uomo, di fronte
a Dio, dopo il tradimento originale della sua volontà?
Eppure su questa nullità presuntuosa, su questa ingratitudine
personificata, su questo groviglio di passioni si è piegata la
misericordia di Dio e la sua voce ha indicato una strada, ed i cicli
si apersero per infondere nell'operaio la grazia occorrente.
Non vi è possibilità di dubbio: l'assunzione fu decretata
da Dio ed Egli ha ragione di ripetere anche per le nostre povere anime
di operai: «Non vos me elegistis; sed ego elegi vos>>
(Gv. 15,16 - Non avete voi scelto me, ma io ho scelto
voi).
Questa elezione divina desta nell'anima dell'operaio una sorgente di
gioia e di fierezza. A questo pensiero si dissipa il senso della solitudine;
per quanto umanamente isolato e magari in compagnia di persone ostili,
l'operaio sente su di sé gli occhi del Maestro che lo ha scelto
nella massa e gli ha dato un compito.
Il mondo con le sue cattiverie e con le sue incomprensioni lo può
tormentare, con inesauribile malizia, nel cuore e nel corpo, ma, al
di là degli sbarramenti di una anima consacrata, il mondo non
può passare e qui l'operaio si intrattiene dolcemente con il
suo Dio e Padre.
Chi lo ha chiamato sa la pochezza delle sue forze, la fragilità
delle sue virtù e la potenza contrapposta del male.
Non vi è capello del suo capo che cada senza che sia contemplato
e permesso dai piani della Provvidenza divina.
Egli non ha indossato la tuta dell'operaio per vanagloria, ma per lavorare
a servizio di un Capo, che lo ha chiamato, il Cristo, e che non gli
lascerà mancare né il lavoro, né il salario.
Innumerevoli altri certamente più buoni e più capaci potevano
essere chiamati in sua vece e messi al suo posto. Perché l'elezione
si sia posata su di lui è un grande mistero.
Sono forse le virtù e le preghiere di una persona apparentata,
nota od ignota, viva o defunta, che hanno piegato la volontà
di Dio verso la sua anima procurandole la vocazione operaia. Forse sono
le preghiere di suore di clausura, di missionari... Lo sapremo un giorno,
quando i meravigliosi congegni di giustizia e di carità della
Comunione dei Santi saranno noti.
Intanto l'operaio sente tutta la sua indegnità, ma sa anche di
essere un prescelto, di avere una missione da parte di Dio.
A contatto con la fiducia di Dio anche l'anima più raggelata
deve sentirsi penetrare dal calore vitale di un grande sole. Anche se
il passato ha saputo di quest'anima tante promesse e tanti tradimenti,
tante insufficienze, tante miserie, l'avvenire con l'aiuto di Dio sarà
diverso.
Iddio ha fiducia nell'operaio e l'operaio ha fiducia in Dio.
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