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IX
<<COEPIT CONTRISTARI>>
1 - Il primo
ed il secondo evangelista sono concordi nel riferire che Gesù
incominciò la sua agonia dopo aver prescelto Pietro, Giacomo
e Giovanni ed averli portati con sé oltre il luogo dove si era
fermato il grosso della comitiva.
Allora Gesù «coepit contristari et maestus esse»
(Mt 26,37 - Cominciò a rattristarsi e ad affliggersi).
Questo verbo «incominciare» usato da Matteo e anche da Marco,
deve essere evidentemente riferito alle manifestazioni esterne del dolore,
perché non si può pensare che il cuore di Gesù
non fosse addolorato quando poc'anzi annunziava il tradimento di Giuda,
oppure le negazioni di Pietro.
Ma Gesù fino a quel momento aveva contenuto il dolore e solo
adesso volontariamente dà libero corso a tutti gli affetti della
natura inferiore come il tedio, la noia e il dolore, per iniziare la
sua passione.
I discepoli, così tardi a comprendere i pensieri di Gesù,
possono ora conoscere dal suo viso sconvolto, dal suo atteggiamento
e dalle sue parole le inaudite sofferenze che Lo trafiggono.
Gesù, vincendo quel riserbo che la carità Gli aveva imposto
per impedire che la mente dei suoi discepoli fosse alterata dalla paura
in quelle ore che Egli aveva destinato alle sublimità della prima
comunione eucaristica, cede al bisogno umano di manifestare esternamente
il proprio stato d'animo.
Egli incomincia a comunicare agli uomini il suo dolore con grande umiltà
e con assoluta schiettezza.
Accostiamoci al divino sofferente con riconoscenza perché non
vi è norma più preziosa di questa che Egli viene tracciandoci
con il suo esempio ed impariamo anzitutto da Lui ad evitare la superbia
del dolore nascosto.
Quando non vi sono ragioni di carità che inducano a dissimulare
il dolore, vi sono spesso ragioni di orgoglio.
Manifestare il proprio dolore vuol dire accusare un colpo, svelare una
debolezza, scoprire la propria vulnerabilità e perciò
non sempre è cosa gradita.
Vi sono anime che al sopraggiungere del dolore si chiudono nel mutismo,
si appartano, non si confidano.
Anime altere che vorrebbero essere conosciute soltanto quando gli eventi
sono prosperi e non tollerano che l'occhio del prossimo si posi sulle
proprie ferite foss'anche per sanarle.
La scuola getsemanica insegna all'operaio la modulazione del dolore
la quale incomincia con una vena di grande spontaneità.
Perciò l'operaio non deve lasciarsi irretire dall'alterigia che
trasforma le anime in un blocco di amarissimo sale, come pure deve evitare
che questo avvenga in altri.
Egli ha infatti una seconda missione da compiere: decongelare il dolore
degli altri, nascosto e rappreso.
Non vi sono sofferenze più atroci di quelle che provoca la superbia
congiunta al dolore. Senza dire che queste anime quanto più soffrono
tanto più si rendono impermeabili ed inguaribili.
Il dolore, questa salutare medicina dell'uomo, diventa per costoro il
tossico della felicità terrena e della salute eterna.
Abbia l'operaio una tenerezza particolare per queste anime altere e
sottoponga ad esse, ma non con le parole soltanto, l'esempio del Cristo
che ci ha insegnato la fecondità spirituale di un dolore comunicato
ad altri, sofferto al cospetto del mondo.
fine 1° paragrafo.........2° paragrafo
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GETSEMANI
capitolo IX
Edizioni Operaie 1952
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<< ...coepit
contristari et maestus esse>>
(Mt. 26, 37)
<< ...et coepit pavere et taedere
>>
( Mc. 14, 33)

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