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Statua di Gesù orante - Cripta del Getsemani di Paestum
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Scritti di Luigi Gedda

IX

<<COEPIT CONTRISTARI>>

1 - Il primo ed il secondo evangelista sono concordi nel riferire che Gesù incominciò la sua agonia dopo aver prescelto Pietro, Giacomo e Giovanni ed averli portati con sé oltre il luogo dove si era fermato il grosso della comitiva.
Allora Gesù «coepit contristari et maestus esse» (Mt 26,37 - Cominciò a rattristarsi e ad affliggersi).
Questo verbo «incominciare» usato da Matteo e anche da Marco, deve essere evidentemente riferito alle manifestazioni esterne del dolore, perché non si può pensare che il cuore di Gesù non fosse addolorato quando poc'anzi annunziava il tradimento di Giuda, oppure le negazioni di Pietro.
Ma Gesù fino a quel momento aveva contenuto il dolore e solo adesso volontariamente dà libero corso a tutti gli affetti della natura inferiore come il tedio, la noia e il dolore, per iniziare la sua passione.
I discepoli, così tardi a comprendere i pensieri di Gesù, possono ora conoscere dal suo viso sconvolto, dal suo atteggiamento e dalle sue parole le inaudite sofferenze che Lo trafiggono.
Gesù, vincendo quel riserbo che la carità Gli aveva imposto per impedire che la mente dei suoi discepoli fosse alterata dalla paura in quelle ore che Egli aveva destinato alle sublimità della prima comunione eucaristica, cede al bisogno umano di manifestare esternamente il proprio stato d'animo.
Egli incomincia a comunicare agli uomini il suo dolore con grande umiltà e con assoluta schiettezza.
Accostiamoci al divino sofferente con riconoscenza perché non vi è norma più preziosa di questa che Egli viene tracciandoci con il suo esempio ed impariamo anzitutto da Lui ad evitare la superbia del dolore nascosto.
Quando non vi sono ragioni di carità che inducano a dissimulare il dolore, vi sono spesso ragioni di orgoglio.
Manifestare il proprio dolore vuol dire accusare un colpo, svelare una debolezza, scoprire la propria vulnerabilità e perciò non sempre è cosa gradita.
Vi sono anime che al sopraggiungere del dolore si chiudono nel mutismo, si appartano, non si confidano.
Anime altere che vorrebbero essere conosciute soltanto quando gli eventi sono prosperi e non tollerano che l'occhio del prossimo si posi sulle proprie ferite foss'anche per sanarle.
La scuola getsemanica insegna all'operaio la modulazione del dolore la quale incomincia con una vena di grande spontaneità.
Perciò l'operaio non deve lasciarsi irretire dall'alterigia che trasforma le anime in un blocco di amarissimo sale, come pure deve evitare che questo avvenga in altri.
Egli ha infatti una seconda missione da compiere: decongelare il dolore degli altri, nascosto e rappreso.
Non vi sono sofferenze più atroci di quelle che provoca la superbia congiunta al dolore. Senza dire che queste anime quanto più soffrono tanto più si rendono impermeabili ed inguaribili.
Il dolore, questa salutare medicina dell'uomo, diventa per costoro il tossico della felicità terrena e della salute eterna.
Abbia l'operaio una tenerezza particolare per queste anime altere e sottoponga ad esse, ma non con le parole soltanto, l'esempio del Cristo che ci ha insegnato la fecondità spirituale di un dolore comunicato ad altri, sofferto al cospetto del mondo.

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GETSEMANI

capitolo IX

Edizioni Operaie 1952

 

Per tornare a "Getsemani"

<< ...coepit contristari et maestus esse>>
(Mt. 26, 37)

<< ...et coepit pavere et taedere >>
( Mc. 14, 33)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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