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Statua di Gesù orante - Cripta del Getsemani di Paestum
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Scritti di Luigi Gedda

IX

<<COEPIT CONTRISTARI>>

4 - La carità del Padre è giunta fino al punto di sovvenire, nel Cristo, ad un'altra grave infermità e tentazione nostra: il tedio. Come la paura così il tedio fu grande sorgente di tristezza per il divino agonizzante e dobbiamo essere grati al secondo evangelista di avere analizzato in modo così aderente ed efficace lo stato d'animo di Gesù: <<et coepit pavere et taedere>> (Mc. 14,33 - Cominciò a sentire paura e angoscia).
Il tedio non è la noia perché questa affligge colui che sta inoperoso ed è una giusta sanzione dell'ozio e dell'accidia; perciò la noia non è, in questo senso almeno, una tentazione per il buon operaio, ma lo è il tedio che può giungere subitaneo nel mezzo dell'azione a sconvolgere il cuore e la volontà.
È il panorama delle opere che cambia improvvisamente come se ad un bosco verdeggiante fossero tolte le foglie, quasi che alla fiorente estate subentrasse di colpo uno squallido inverno.
È il mondo interiore che si raffredda, è il prossimo che disgusta, è la vita di domani che appare monotona come quella di oggi e di ieri. L'anima diventa simile a quelle persone a cui una malattia toglie il gusto dei cibi; le vivande sono quelle di sempre, ma appaiono insipide, non allietano, non soddisfano.

Questo vento che sembra venire da un deserto, prosciuga e insecchisce ogni fioritura spirituale e lascia dietro di sé una terra bruciata. Quando le anime ne avvertono il soffio devono riparare nel giardino del Getsemani come in un'oasi.
Gesù agonizzante ha voluto affrontare e vincere il tedio, per noi.
La sua grande opera gli appare scipita, proprio quando sta per scoccare l'ora suprema, eroica, sublime, della riconciliazione fra l'uomo e Dio.
Se il peso di ciò che fluisce nel tempo gravò sul cuore di Gesù che pur conosceva i segreti di Dio, è più che naturale che affligga l'uomo il quale intuisce i suoi destini eterni, ma non li conosce.
Il tedio deve essere interpretato dall'operaio come il risultato del contrasto fra le aspirazioni alle perfezioni divine deposte in seme nel cuore dell'uomo e lo squallore, la limitatezza del mondo.
Il tedio dice all'operaio che egli non è fatto per quaggiù, che le sue opere anche se riuscite e apprezzate, sono frammenti impercettibili di fronte all'eternità e alla maestà di Dio.
Il tedio sofferto e santificato da Gesù deve essere considerato come un amico che ci conduce sulle rive di un mare sul quale salperemo un giorno: il mare dell'infinito.

fine 4° paragrafo......Capitolo X, 1° paragrafo

 





 

 

 

 

 

 


 

 

 

GETSEMANI

capitolo IX

Edizioni Operaie 1952

 

Per tornare a "Getsemani"

<< ...coepit contristari et maestus esse>>
(Mt. 26, 37)

<< ...et coepit pavere et taedere >>
( Mc. 14, 33)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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