4 - La carità
del Padre è giunta fino al punto di sovvenire, nel Cristo, ad
un'altra grave infermità e tentazione nostra: il tedio. Come
la paura così il tedio fu grande sorgente di tristezza per il
divino agonizzante e dobbiamo essere grati al secondo evangelista di
avere analizzato in modo così aderente ed efficace lo stato d'animo
di Gesù: <<et coepit pavere et taedere>>
(Mc. 14,33 - Cominciò a sentire paura e angoscia).
Il tedio non è la noia perché questa affligge colui che
sta inoperoso ed è una giusta sanzione dell'ozio e dell'accidia;
perciò la noia non è, in questo senso almeno, una tentazione
per il buon operaio, ma lo è il tedio che può giungere
subitaneo nel mezzo dell'azione a sconvolgere il cuore e la volontà.
È il panorama delle opere che cambia improvvisamente come se
ad un bosco verdeggiante fossero tolte le foglie, quasi che alla fiorente
estate subentrasse di colpo uno squallido inverno.
È il mondo interiore che si raffredda, è il prossimo che
disgusta, è la vita di domani che appare monotona come quella
di oggi e di ieri. L'anima diventa simile a quelle persone a cui una
malattia toglie il gusto dei cibi; le vivande sono quelle di sempre,
ma appaiono insipide, non allietano, non soddisfano.
Questo vento che sembra venire da un deserto, prosciuga e insecchisce
ogni fioritura spirituale e lascia dietro di sé una terra bruciata.
Quando le anime ne avvertono il soffio devono riparare nel giardino
del Getsemani come in un'oasi.
Gesù agonizzante ha voluto affrontare e vincere il tedio, per
noi.
La sua grande opera gli appare scipita, proprio quando sta per scoccare
l'ora suprema, eroica, sublime, della riconciliazione fra l'uomo e Dio.
Se il peso di ciò che fluisce nel tempo gravò sul cuore
di Gesù che pur conosceva i segreti di Dio, è più
che naturale che affligga l'uomo il quale intuisce i suoi destini eterni,
ma non li conosce.
Il tedio deve essere interpretato dall'operaio come il risultato del
contrasto fra le aspirazioni alle perfezioni divine deposte in seme
nel cuore dell'uomo e lo squallore, la limitatezza del mondo.
Il tedio dice all'operaio che egli non è fatto per quaggiù,
che le sue opere anche se riuscite e apprezzate, sono frammenti impercettibili
di fronte all'eternità e alla maestà di Dio.
Il tedio sofferto e santificato da Gesù deve essere considerato
come un amico che ci conduce sulle rive di un mare sul quale salperemo
un giorno: il mare dell'infinito.
fine 4° paragrafo......Capitolo X, 1°
paragrafo