Pater,
non mea voluntas sed tua fiat!
Pianezza, Gennaio/Febbraio 2005
Carissimi/e,
all’inizio del mio primo mandato avevo affidato ad ognuno di
voi un compito ben preciso: tutti eravamo impegnati ad un “lavoro
di ginocchia” davanti a Dio per ottenere vocazioni e lumi per
seguire la nostra vocazione.
Ora, mentre mi ritrovo all’inizio di questo secondo mandato,
ribadisco l’impegno affidato e ne propongo uno nuovo da affiancare
al primo.
Partecipando a novembre dello scorso anno ad un ritiro del ROD di
Bergamo, mi ero proposto di parlare sul tema “Vivere la Società
Operaia”. Così avevo preparato un canovaccio di Istruzione
Fraterna da condividere con i fratelli di Bergamo.
E invece, stimolato da una riflessione del nostro Pierino, ho scantonato
dal tema e ho fatto alcune riflessioni sull’identità
dell’Operaio nella nostra Società.
La domanda che mi sono posto e che pongo a tutti voi è la seguente:
qual è la nostra identità di Società Operaia
nella Chiesa e nella nostra società?
Vi sintetizzo le mie riflessioni che in quell’occasione, mi
furono suggerite dal decreto di approvazione della nostra Società
dal Consilium pro Laicis e dagli artt. 1 e
14 del nostro Statuto.
Innanzitutto che cos’è la nostra Società Operaia?
La risposta la dà direttamente il Consiglio per i Laici: “E’
un’Associazione di Diritto Pontificio” e il Decreto
“stabilisce che da tutti sia riconosciuta come tale”.
Abbiamo mai pensato alla portata enorme di queste due affermazioni
che mettono in prima linea la nostra Associazione nel lavoro apostolico
ecclesiale? “Di Diritto Pontificio” significa che noi
siamo alla diretta dipendenza del Papa e questo ci equipara agli antichi
Ordini monastici e alle recenti Congregazioni religiose (per fare
qualche esempio: benedettini, francescani, domenicani, passionisti,
salesiani, paolini, giuseppini, orionini, ecc).. E per di più
senza i vincoli dei voti classici di povertà, castità
e obbedienza, alla base di tutti gli Ordini religiosi. Ci siamo mai
chiesto perché questo riconoscimento così impegnativo
e così forte è stato concesso alla nostra Associazione?
Per quali meriti, se ne esistono?
Alla prima domanda possiamo tentare una risposta con l’articolo
1 dello Statuto al punto b: “consacrare dei laici autentici
all’apostolato, cioè dei <<laici come laici>>
in risposta alla chiamata di Cristo che invoca nuovi operai per mietere
la molta messe nei campi dell’umanità e secondo le esigenze
della Chiesa specialmente indicate dal Concilio Vaticano II”.
Questo punto trova pieno riscontro nel Decreto del Consiglio per i
Laici quando afferma che la nostra Associazione ha “per scopo
la santificazione personale dei suoi membri attraverso l’approfondimento
del Mistero dell’Agonia di Cristo nel Getsemani onde consacrare
i laici all’apostolato nei diversi campi ove sia richiesta la
loro opera secondo le esigenze della Chiesa ed in armonia con le direttive
di essa, soprattutto con quelle risultanti dal Magistero Pontificio
e dai Documenti del Concilio Vaticano II”.
Il lavoro fondamentale dunque è la nostra santificazione personale
attraverso gli strumenti che la nostra vita laicale ci offre: testimonianza
dei valori cristiani, impegno coerente di assumere pienamente le indicazioni
del Magistero Pontificio. E qui, per tenere i piedi per terra e non
partire per la tangente con falsi misticismi e sentimentalismi religiosi,
il Consiglio auspica “vivamente” un compito ben preciso
ai membri dell’Associazione: “compiano sempre opere di
bene dirette ad onorare Dio nell’adempimento della Sua Volontà
per il bene dei fratelli ovunque l’Associazione sia chiamata
ad esercitare il suo apostolato”.
In queste poche righe sono espressi due concetti ben precisi e specifici:
il primo è il concetto di San Giacomo che diceva chiaramente
ai cristiani del suo tempo e di tutti i tempi che “la fede senza
opere è morta” (Gc.2,26); il secondo ci richiama apertamente
alla missionarietà della Chiesa, l’aspetto universale
della predicazione evangelica.
Questa è dunque la nostra identità Operaia nella sua
prima parte.
Solo una domanda per riflettere: ci rendiamo conto della grandezza
della nostra vocazione?
Noi, una piccola Associazione laicale, nel grande organismo ecclesiale,
senza alcun nostro merito e senza aver fatto nulla per meritarlo,
ci troviamo ad avere tra le mani una vocazione monastica, come quella
dei più grandi e benemeriti Ordini religiosi, senza essere
in convento per una vita comunitaria e senza avere alcun vincolo dei
sacri voti religiosi.
Quale sarà il motivo di questo dono che Dio ha voluto fare
alla Chiesa dei nostri tempi?
Rimando alla prossima bimestrale il tentativo di una risposta a questo
interrogativo, quando vi presenterò le nostre credenziali presso
la Chiesa, nostra Madre, per averci accolti nel suo seno e averci
dato tanta fiducia e tanta responsabilità.
Augurandovi ancora un sereno Anno Nuovo con tutti i vostri cari, vi
saluto fraternamente nel Signore Gesù sofferente e gioiosamente
risorto.
Marcello.
P.S.: se qualcuno volesse versare la quota associativa dell’anno
scorso o per quest’anno (ricordo che è di € 25)
lo può fare sul c/c postale n. 43698133 intestato a Società
Operaia.
Grazie.