Carissimi/e,
il mese scorso sono stato a fare gli E.S.
con il ROD di Firenze.
E’ stata una bella esperienza incontrare altre persone che condividono
l’ideale della nostra vocazione Operaia.
La canizie sempre incombe, ma l’entusiasmo di sentirsi ed essere
consacrati al Signore, rinnova le nostre energie e le stimola al sacrificio
e al superamento delle difficoltà.
Il tema degli Esercizi era l’Eucaristia e ce ne ha parlato magistralmente
il Padre Sacramentino Francesco Crivellari: in una cornice di un parco
ancora verde e rigoglioso, le meditazioni hanno ravvivato la nostra
fede e riscaldato il cuore, come ai discepoli di Emmaus.
Mentre anch’io meditavo su queste verità eterne, la presenza
reale di Gesù nell’Eucaristia, la Madonna donna eucaristica,
la Comunione strumento di vita e nutrimento soatanziale per la nostra
gioia, ho avuto la possibilità di scambiare qualche parola con
gli intervenuti al corso.
Così ho preso lo spunto per condividere con loro la risposta
alla terza domanda che avevo fatto nelle precedenti lettere e approfondire
il tema della nostra Società Operaia. Così adesso propongo
anche a voi le riflessioni emerse in quel dialogo.
Perché siamo nella S.O.? che cosa dice a noi la Spiritualità
getsemanica? Dove affondano le radici della S.O.?
Rileggendo un po’ la storia della nostra Associazione, a me pare
che Dio l’abbia voluta consacrare con tre tipi di battesimo: una
battesimo di sangue, un battesimo di dolore e un battesimo di santità.
Il primo la S.O. l’ha ricevuto con il sacrificio cruento della
propria vita di due giovani Operai della prima ora: Renato
Sclarandi e Gino Pistoni .
Il primo ucciso quasi a sangue freddo in un campo nazista mentre cercava
l’occorrente per la celebrazione eucaristica; il secondo invece
siglando con il suo sangue su un lembo di lino la sua fede cristiana
e la donazione della sua vita all’A.C. e a Cristo Re. In una preghiera
del Giovedì Santo aveva scritto tra l’altro: “…Ti
ringrazio infine di avermi oggi chiamato ad essere Operaio, permettendomi
così di consacrare tutta la mia vita al tuo santo servizio”.
Il secondo battesimo è quello testimoniato con la loro giovane
vita, stroncata dalla violenza del dolore fisico e descritta da Luigi
nel suo libro “Vent’anni” con i profili biografici
di Lorenzo Grillo morto tragicamente
annegato e Giuseppe Rovera, stroncato
in pochi mesi da un linfosarcoma maligno.
Entrambi questi Operai sono morti nel 1943 a distanza di appena un anno
dalla fondazione della nostra Associazione.
E non sono gli unici: basta solo rileggere il capitolo “I nostri
morti parlano” nel libro citato, al quale rimando per completezza.
Il terzo battesimo di santità è quello che Dio ha cominciato
a concederci con la beatificazione di Alberto
Marvelli e la Serva di Dio Maria Gedda,
che speriamo presto di veder beatificata.
Questi tre battesimi mi inducono a riflettere sulla grande opportunità
che Dio ha voluto concedere ad ognuno di noi. Tutti noi siamo stati
presi per mano dalla divina Provvidenza per scoprire questa Spiritualità
getsemanica che si nutre di dolore e di santità.
E questo perché? Perché quella prima disobbedienza dei
nostri progenitori aveva offeso immensamente la bontà e l’amore
di Dio Padre.
Ci voleva un atto di obbedienza altrettanto infinito e immenso per sanare
questa spaccatura abissale tra Dio e l’uomo.
E questo atto di obbedienza è avvenuto in una notte di tradimento,
di abbandono totale del Padre e di solitudine umana terribile e insopportabile
( “…coepit pavere et taedere” – Mc. 14,33).
Fu allora necessario che il Cielo si muovesse almeno un poco per calmare
quello stato di tensione sovrumana che provocò il sudore di sangue
di Gesù. Un Angelo gli si accostò per confortarlo.
Sovente mi sono chiesto che cosa potesse avergli detto o suggerito quell’angelo
consolatore a Gesù per indurlo ad accettare fino in fondo la
sua obbedienza al Padre e a bere quel calice di amarezze alimentate
dai milioni di vittime di tutte le guerre.
“Il pensiero va agli orrori delle << due grandi guerre>>
e quelle delle altre guerre in tante parti del mondo, ai campi di concentramento
e di sterminio, ai gulag, alle pulizie etniche e alle persecuzioni,
al terrorismo, ai rapimenti delle persone, alla droga, agli attentati
contro la vita non nata e alla famiglia” (omelia del 13 maggio
2000 di Giovanni Paolo II).
Noi potremmo aggiungere adesso “l’introduzione in Spagna
del matrimonio gay”, aberrazione legale che va contro natura.
Il cumulo di tutti questi mali e la conseguenza che tante anime si sarebbero
ugualmente perdute precipitando nell’inferno (penso alla spaventosa
visione avuta dai tre pastorelli di Fatima) vanificando così
il suo sacrificio, avranno certamente pesato enormente sull’animo
di Gesù.
Ebbene che cosa poteva dire l’Angelo di fronte a tutto questo?
Nulla, neanche una parola. Il suo conforto si sarà basato su
un’altra grande visione. Squarciando il velo della Storia, egli
avrà mostrato a Gesù lo stuolo innumerevole dei vergini
e delle vergini, le schiere dei martiri che avrebbero versato il loro
sangue in aggiunta al Suo preziosissimo; avrà mostrato il candore
angelico e la semplicità di una Santa Teresina di Lisieux, di
una Gemma Galgani, di Bernadette Soubirous, di un San Luigi Gonzaga,
di Maria Goretti, l’obbedienza eroica di un Padre Pio o di un
Ignazio di Loyola, l’umiltà profonda di un San Francesco
d’Assisi o di un Paolo della Croce, l’amore sacrificale
di una Teresa Neumann o di un Padre Kolbe, la carità di San Giuseppe
Marello, di Don Bosco, del Cottolengo… e tutta l’infinita
schiera dei santi quotidiani e nascosti, ma amanti di questo spirito
obbedienziale alla Volontà del Padre.
Gesù avrà visto anche noi, ciascuno di noi? La risposta
è solo nostra, è nelle nostre mani, nella nostra anima.
I santi sono la risposta di Dio all’incredulità dell’uomo
e alla domanda: “Dov’è Dio in tutto questo dolore
umano?”
Coraggio, fratelli e sorelle mie: la nostra è
una grande vocazione e dobbiamo viverla ogni giorno con perseveranza
e umiltà, chiedendo a Dio la grazia di poterla conservare fino
alla fine della nostra vita.
Potremmo così esclamare anche noi con San Paolo: “Mi rallegro
di soffrire per voi, completando in me stesso quello che manca alle
tribolazioni di Cristo e a vantaggio del suo Corpo, che è la
Chiesa” (Col. 1,24).
Questo è il conforto che Gesù si aspetta da noi in ogni
nostra ora getsemanica, in ogni ora della nostra giornata. Siamo generosi
con Gesù, non misuriamo il nostro amore con il contagocce: il
suo è un amore fino all’ultima goccia di sangue e la sua
ricompensa sarà “il cento per uno”.
Fraternamente in Gesù sofferente e gioiosamente risorto, vostro