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Hanno detto di lui ...
Riflessioni di Pietro Mezzapesa
La sera di martedì 26 settembre
2000 si spegneva nella sua casa romana Luigi Gedda, alla bella età
di 98 anni.
Lucido sino alla fine, conservava ancora la direzione dell’Istituto
di cura e ricerca “Gregorio Mendel”, da lui stesso fondato,
dove aveva continuato a ricevere, oltre che i suoi collaboratori, anche
gli amici di un tempo; e anche alcuni antichi avversari.
Massimo Caparra, già segretario particolare di Palmiro Togliatti,
ha scritto, all’indomani della scomparsa di Gedda, di averlo incontrato
l’estate scorsa, insieme a Padre Migliaccio – che fu assistente
ecclesiastico dei Comitati Civici – e di aver ripercorso <<quegli
anni che furono salutari per la scelta occidentale dell’Italia>>.
Erano tempi difficili quelli per l’Azione Cattolica, e in particolare
per la Gioventù. Nel 1931 era stata messa in atto una campagna
persecutoria contro i circoli giovanili cattolici da parte del fascismo,
che voleva mantenere una sorta di monopolio dell’educazione della
gioventù italiana. Una campagna ispirata dal filosofo Giovanni
Gentile e portata avanti con grossolana virulenza dal Segretario de
Partito Nazionale Fascista, Augusto Turati. Dovette intervenire personalmente
Pio XI con la famosa enciclica <<Non abbiamo bisogno>> (scritta
in lingua italiana) per fermare quella persecuzione.
Gedda rivelò ben presto doti eccezionali di uomo d’azione,
sapientemente coniugate ad una spiritualità profonda. Un organizzatore
formidabile.
Fu Presidente della Giac dal 1934 al 1946. Presidente dall’Unione
Uomini da A.C. dal 1952 al1959. Fondò l’Associazione Medici
Cattolici Italiani nel 1944 e la presiedette sino al 1976. Promosse
la Federazione Internazionale dei Medici Cattolici, di cui fu Presidente
sino al 1966. Va detto, in proposito, che – anche se oberato da
tanti incarichi e dalle relative responsabilità cui assolveva
con dedizione totale – non dimenticò mai di essere medico:
non trascurò mai l’aggiornamento nel suo campo professionale.
E lo stesso Pio XII, di cui è noto l’interesse per i problemi
della medicina, si serviva spesso della consulenza di Gedda. E dietro
richiesta di questi, Pio XII compose quella bella <<preghiera
del medico>> che fu recitata per la prima volta nell’ottobre
del 1957, durante un convegno di medici cattolici a San Giovanni Rotondo,
da Padre Pio da Pietralcina.
L’attivismo di Luigi Gedda portava il marchio di origine di una
esigenza da lui largamente avvertita: l’animazione spirituale
della società.
Ed è in questa logica che si inserisce l’episodio del 18
aprile del 1948, e l’organizzazione dei Comitati Civici. Il 18
aprile del 1948 (oggi lo riconoscono, con maggiore o minore convinzione,
un po’ tutti, anche quelli che furono gli sconfitti di allora)
non fu un semplice capitolo dei tanti della storia di questo primo cinquantennio
dell’Italia repubblicana, ma quello che ha consentito lo svolgersi
delle tante altre vicende, gettando le basi solide per il processo lento,
difficile e faticoso, della democrazia italiana.
Fu un momento decisivo. Era lo spartiacque tra un versante contrassegnato
dalle fosche prospettive di una dittatura stalinista, e un versante
contrassegnato dalla speranza di un processo di libertà e di
democrazia, con i suoi alti e bassi, con i suoi chiaroscuri, con le
sue incertezze, ma comunque illuminato dai principi e dai traguardi
che una libera comunità si propone. A distanza di oltre cinquant’anni
possiamo dirlo: il 18 aprile segnò la vittoria di un sistema:
il sistema democratico.
Luigi Gedda fu l’animatore di quell’importante mobilitazione
del mondo cattolico. Fu sua l’idea di costituire i Comitati Civici.
Con tale formula si aggirava l’ostacolo giuridico del Concordato,
che vietava alle organizzazioni dell’Azione Cattolica di immischiarsi
nelle cose politiche.
I Comitati civici, strutturati su base diocesana, si avvalsero di oltre
trecentomila volontari: uomini, donne, giovani impegnati nella duplice
direzione, di combattere l’astensionismo e di orientare il voto
in senso antimarxistico e cristiano.
La propaganda svolta dai Comitati Civici, oltre che capillare, insistente,
galvanizzante, fu di un’efficacia straordinaria. Intelligente.
Ricordo i manifesti. Non insulsi e folcloristici, come quelli delle
attuali campagne elettorali, con molte facce e poche idee. Erano ciascuno
di essi come un capitoletto di un libro di idee e programmi. Trasmettevano
direttamente un messaggio. Quella mobilitazione, così rapida,
inaspettata, del mondo cattolico impressionò Togliatti. Essa
sconvolgeva ogni strategia. Era cambiata la posta in gioco. Non si trattava
di scegliere tra America e Russia, ma per Cristo o contro Cristo. E
qui Togliatti sentiva di trovarsi spiazzato. Dopo il 18 aprile, scrisse
una lettera a Gedda riconoscendolo come il vero vincitore delle elezioni.
Devo aggiungere che sull’operazione Gedda non mancarono dubbi
e riserve anche in campo cattolico.
Ma prevalse la chiara percezione della gravità del momento storico:
era in pericolo la democrazia in Italia, e con la democrazia tutti i
valori ad essa collegati, tra cui la libertà di credo religioso.
Non si poteva stare a sottilizzare. Primum vivere…Pio XII fugò
dubbi e riserve, accordando pieno sostegno al progetto geddiano.
I tempi sono cambiati. La Chiesa non ha più bisogno dei Comitati
Civici, perché non c’è più Annibale che preme
alle porte. La Chiesa è sempre in trincea nella esaltante battaglia
della dignità dell’uomo, legata al messaggio della salvezza
di cui essa è annunciatrice perpetua; ma questo non significa
essere sempre nella trincea politica. L’esperienza di Gedda era
ormai superata già dieci anni dopo, quando con Giovanni XXIII
la Chiesa scelse altre strategie pastorali, più adatte ai nuovi
tempi. Un Gedda non serviva più in un’Europa in cui la
pressione della barbarie comunista non aveva più la virulenza
e la pericolosità di dieci, quindici anni prima. E Gedda fu congedato.
Ma l’epoca del dialogo di Giovanni XXIII intanto poté maturare
in quanto l’epoca dello scontro era stata affrontata alla maniera
di Gedda e di Pio XII, ed era stata vittoriosamente superata. Alla luce
dei fatti successivi, è lecito chiedersi che cosa sarebbe successo,
quale decorso avrebbe avuto il processo democratico italiano ed europeo,
senza i risultati del 18 aprile 1948. L’uomo vive il momento storico
che la Provvidenza gli assegna: deve affrontare il suo presente con
la responsabile determinazione che esso richiede.
Ritirandosi dalla scena e dall’impegno sociale e politico, Gedda
si dedicò con maggiore responsabilità ai suoi studi medici.
Quale è stato il segreto di questa vita
instancabile vissuta al servizio del Papa, della Chiesa, dell’Italia
e poi della scienza? La sua profonda spiritualità: una
vita interiore che è stata <<la sorgente e l’approdo
di tutte le sue iniziative>>. Allo storico contemporaneo, ai tanti
giornalisti che si sono interessati a lui, probabilmente questo sfugge,
per cui esso risulta l’aspetto meno noto della sua personalità;
e invece ne è quello dominante. E costituisce la chiave di lettura
fondamentale per capire appieno i suoi comportamenti, in ogni momento
della sua movimentata esistenza, nell’ora della solitudine e della
mortificazione.
Luigi Gedda era convinto che, quali che fossero le capacità del
singolo, senza un saldo ancoraggio ad una profonda spiritualità,
quelle doti e quelle risorse non sarebbero approdate a nessun risultato
duraturo. Ecco perché nella sua impegnata esperienza, se da una
parte non si risparmiava nell’affrontare e risolvere i tanti e
non facili problemi che si ponevano alle sue responsabilità,
sino a curare i piccoli dettagli organizzativi del suo lavoro, dall’altra
parte non sottraeva un minuto ai tempi della preghiera, come esigeva
la sua spiritualità. L’uomo che capeggiò –
con il genio dell’organizzatore e il carisma del trascinatore
– l’epica battaglia dell’aprile del 1948, è
lo stesso che sei anni prima, nel 1942, aveva
fondato la Società Operaia, la cui finalità era quella
di formare e rinsaldare una forte vita interiore a fondamento del vero
apostolato. Erano nate le Case di esercizi spirituali di Casale
Corte Cerro (Novara) e di Paestum (Salerno), chiamate Getsemani, perché
il loro programma era ispirato a Gesù agonizzante nell’orto
degli ulivi, che conclude il suo colloquio di sofferenza col Padre con
le parole: <<non però la mia volontà sia fatta,
o Padre, ma la tua>>. La spiritualità getsemanica era per
Gedda <<un costante orientamento di vita e di accettazione di
tutto ciò che la sua vita comportava>> E’ lo stesso
uomo che, nel 1947, insieme alla sorella Mary
– oggi serva di Dio – fondò una rivista di spiritualità
dal titolo significativo di <<Tabor>>.
Questa profonda carica di spiritualità, che dette a Luigi
Gedda l’energia necessaria per assolvere ai suoi difficili compiti,
gli fornì altrettanta energia necessaria per affrontare con forza
e dignità gli anni della emarginazione e dell’oblio. E’
stato forse <<l’unico grande attore di storia in Italia
che abbia accettato di sparire>>. De Gasperi gli aveva offerto
un seggio senatoriale sicuro, a Viterbo (la città dove Mario
Fani e Giovanni Acquaderni avevano fondato la Società della Gioventù
Cattolica, nel 1868), ma egli rifiutò.
Amò la Chiesa e il Papa, ne fu fedele servitore. Ma l’amore
per la Chiesa ed il Papa nasceva dal grande amore che aveva per Dio.
Gedda era cosciente che l’uomo sarà giudicato da Dio e
dalla storia sui comportamenti tenuti nell’ora delle responsabilità
e della emarginazione. Beato colui, che alla fine dei suoi giorni, potrà
dire: Ho combattuto la mia battaglia quando il momento della responsabilità
mi chiamava; ho saputo vivere nell’umiltà (e qualche volta
nell’umiliazione) del silenzio e dell’isolamento, quando
non ero (o ad altri pareva che non fossi) più utile. E’
allora che si vede la vera grandezza, e la vera nobiltà dell’uomo.
Grande negli incarichi e negli onori, più grande nel ritiro e
nella rimozione, coerente sempre nei principi professati e nello stile
di vita prescelto. Così si comporta un vero cristiano. Ed è
per questo che, al di là di vicende che lo hanno visto protagonista
della storia d’Italia, Luigi Gedda è rimasto e rimane <<una
punta di diamante e un esempio per tutti>>.
Pietro Mezzapesa
Le riflessioni che
Mezzapesa propone sull’uomo Gedda e, più ancora sul cristiano
Gedda, dovrebbero veramente far riflettere i tanti detrattori che hanno
cominciato a scagliare pietre sulla memoria di quest’uomo che
ha speso la sua vita interamente a servizio di Dio e dei suoi fratelli
uomini. Il tempo è galantuomo, ma soprattutto Dio sarà
il giusto giudicedella coscienza di ogni uomo. Se di quest’uomo
non si condivide il pensiero e l’azione, rispettiamone almeno
la memoria e la coscienza.
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da: Luigi Gedda, Operaio di Cristo
Ed. Orizzonte Medico,2003
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