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Noi crediamo in Maria.....
“Noi crediamo in Maria
nella sua onnipotente
intercessione

Ed eccoci all’abside:
Noi crediamo in Maria.
Ecco il nostro quarto atto di fiducia in Colei che tutto può,
perché Lei occupa pienamente il cuore di Dio, perché Dio
ha fatto sua Madre e l’ha colmata di ogni grazia (<<Ti saluto,
o piena di grazia>> Lc. 1, 28); e Lei ha fatto il suo Dio (<<E
il Verbo si fece carne>> Gv. 1, 14, la carne di Maria): uno scambio
più totale tra Dio e l’uomo non poteva esserci.
Scriveva Dante:
<<Tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo Fattore
non disdegnò di farsi sua fattura>> (Par. c. XXXIII,
4-6)
E dunque è doveroso che noi attestiamo
questa fiducia in Colei che è anche <<la prima dei Redenti>>.
Nella sua onnipotente intercessione
Ma qual è la materia di questo nostro credere?
E’ la sua <<onnipotente intercessione>>. Ancora una
volta ci viene in aiuto Dante:
<<Donna, se’ tanto grande e tanto vali
che qual vuol grazia e a te non ricorre
sua disianza vuol volar sanz’ali>> (Par. c. XXXIII, 13-15).
Maria è il canale di ogni grazia: tutto passa
attraverso Maria, il suo cuore materno, il suo amore di Madre. E non
può essere diversamente.
Se, come dice San Paolo, <<non c’è
che un solo Dio, uno solo è anche il mediatore, <<non c’è
che un solo Dio, uno solo è anche il mediatore tra Dio e gli
uomini, l’uomo Gesù Cristo, che per tutti ha dato se stesso
quale riscatto>>. (1 Tim. 2, 5-6).
<<La funzione materna di Maria verso gli uomini in nessun modo
oscura o diminuisce questa mediazione di Cristo, ma ne mostra l’efficacia>>
(Redemptoris Mater).
Se Maria si è resa mediatrice tra Dio e gli uomini <<si
faccia di me secondo la tua parola>> (Lc. 1,38), intessendo nel
suo grembo la carne di Cristo, come Cristo non assocerebbe a sé
la Madre nella sua funzione mediatrice?
Di qui scaturisce <<l’onnipotente intercessione>>
di Maria presso il cuore di Dio.
L’umile inizio di questa onnipotenza trae origine dall’episodio
delle nozze di Cana: <<Fate quello che Egli vi dirà>>
(Gv. 2,5), raccomanda Maria ai servi. E Gesù anticipa la sua
“ora”. E i discepoli credettero in Lui. <<E beata
colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore>>
(Lc. 1,45).
Credendo lei per prima, ha ottenuto che i discepoli credessero in Lui;
ha ottenuto che quella gioia nuziale non fosse offuscata dalla mancanza
del vino che allieta la mensa.
Forte di questa fiducia nella mediazione di Maria, l’Operaio chiede
come prima cosa ciò che più è essenziale e fondamentale
nella vita di ogni uomo: <<conoscere e fare la Volontà
di Dio>>. Non ci si può limitare a <<conoscere>>
la volontà di Dio, ma bisogna sforzarsi di eseguirla e realizzarla;
né si può pretendere di vivere tale volontà se
non ci si propone ogni giorno di conoscerla e amarla.
Maria ha conosciuto e amato la volontà di Dio immensamente. Non
ha avuto esitazioni, una volta fatta salva la sua verginità come
dono totale a Dio: <<Ecco la serva del Signore: si compia in me
secondo la tua parola>>. (Lc. 1,38).
Da dove proviene a Maria una tale prontezza e immediatezza? Dalla meditazione
assidua e intensa della parola di Dio. Quante volte Maria avrà
pregato il suo Dio con le parole del salmista:
<<Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami la tua volontà>>. (Sal. 24, 4).
<<Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per gustare la dolcezza del Signore
ed ammirare il suo santuario. (…)
Di Te ha detto il mio cuore:
<<Cercate il suo volto>>;
il tuo volto, Signore, io cerco. (…)
Mostrami Signore, la tua via,
guidami sul retto cammino.>> (Sal. 26, 4.8.11).
<<Con tutto il cuore ti cerco:
conservo nel cuore le tue parole…
mostrami il tuo volere…
nella tua volontà è la mia gioia>>. (Sal. 118,
10.11.12.16).
Conoscere e fare la volontà
di Dio
Tutta la vita di Maria è intessuta di preghiera ed è
permeata dalla volontà del suo Signore. Questo desiderio intenso
di realizzare sempre la volontà di Dio lo ha, in certo senso,
trasmesso al suo figlio Gesù. Ed è proprio questa abitudine
contratta da sua Madre, che ogni giorno si sforzava di fare la volontà
di Dio, che lo avrà aiutato in quell’ora grave e drammatica
del Getsemani. E’ l’esempio supremo che Gesù-uomo
dà all’uomo nei momenti più duri e più bui
dell’esistenza:
<<Padre, non la mia volontà sia fatta, ma la tua.>>
(Lc. 22,42).
<<Questo – come scrive Gedda – è il punto focale
della spiritualità Getsemanica.>> (Spiritualità
Getsemanica – Ed. Massimo 1992 pag. 17).
Da questa frase, pronunciata da Gesù in quell’ora buia
e drammatica nell’orto degli ulivi, ha inizio il sacrificio che
placherà “la collera” e “il furore” divino,
come li chiama lo stesso Gesù nella sua apparizione a Santa Margherita
Maria Alacoque nel 1673. Con quest’atto di obbedienza liberamente
accettato, ha inizio la riparazione a quella disobbedienza originale
che ha sconquassato la creazione.
Scrive ancora Gedda: <<Dio onora l’intelligenza e la libertà
dell’uomo in quanto attende che egli ricerchi la sua Volontà
e aderisca ad essa con piena coscienza e leale comportamento.>>
(Ib. Pag. 18)
In tutta libertà il Figlio aderisce e obbedisce alla Volontà
del Padre fino all’estremo limite della morte (“Factus oboediens
usque ad mortem”); in tutta libertà l’uomo deve adempiere
al suo dovere di obbedienza sull’esempio di Cristo, suo fratello
primogenito. Maria, per suo figlio adolescente, deve essere stata esempio
trainante verso la volontà del Padre. E quindi Maria deve essere
il riferimento costante dell’Operaio per agire e operare, pregare
e meditare.
Per confortare i dolori di Gesù
nel Getsemani
Questo <<conoscere e fare la volontà di Dio>>, l’Operaio
lo richiede però anche per un fine ben preciso e specifico: <<per
confortare i dolori di Gesù nel Getsemani>>.
Qui tocchiamo ancora il cuore della spiritualità Getsemanica:
Qui ci troviamo di fronte all’immensa ricchezza e all’ineffabile
mistero del dolore e della sofferenza. Tentare di scandagliare un tale
mistero è stata impresa ardua per tanti santi e tanti mistici.
Unica, Maria, ha avuto la possibilità di condividere questo dolore
estremo ai piedi della croce, e, forse, anche prima. I Vangeli non lo
dicono, ma certamente in quell’ora così tragica, in quei
momenti così drammatici, carichi di tristezza, solitudine, angoscia,
in quell’ora in cui Gesù <<grida, piange, e suda
sangue>>, Maria era certamente con Lui spiritualmente e soffriva
atrocemente dell’abbandono dei discepoli e dell’abbandono
del Padre.
Di fronte al Cristo prostrato fisicamente e moralmente, appaiono i mostri
disumani del peccato dell’uomo. Satana scatena tutta la sua potenza
infernale e in un baleno offre al Cristo in un calice di amarezza tutti
i tradimenti, gli odii, le vendette, le profanazioni, il disprezzo per
il suo sacrificio, il rifiuto del suo amore, della sua misericordia,
della sua bontà, l’inutilità di quel prezzo di sangue
che avrebbe pagato. Come ultima goccia aggiunge l’abbandono dei
discepoli più cari: Pietro, Giacomo e Giovanni. Neppure essi
riescono a vegliare con Lui nel momento più angoscioso della
lotta. E l’agonia diventa sudore di sangue.
<<Il tradimento è un frutto velenoso, insulto per chi ne
soffre, vergogna per chi lo compie. Il più grande tradimento
della storia era in atto e riempiva di angoscia il Cuore di Gesù
che in quella notte era tradito.>> (ib. Pag. 24).
C’è da stupirsi allora se la notte del 27 dicembre 1673
Gesù, apparendo a S. Margherita M. Alacoque, confidava che proprio
nel Getsemani Egli ha sofferto di più?
<<E’ qui dove ho sofferto più che in tutto il resto
della mia Passione. Vedendomi in un abbandono generale del cielo e della
terra, caricato di tutti i peccati degli uomini, sono comparso dinanzi
alla santità di Dio, che, senza riguardo per la mia innocenza,
mi ha colpito nel suo furore facendomi bere il calice che conteneva
tutto il fiele e l’amarezza della sua giusta indignazione, e,
come se egli avesse dimenticato il nome di Padre, sacrificandomi alla
sua giusta collera. Non c’è creatura che possa comprendere
la grandezza dei tormenti che soffrii allora. E’ lo stesso dolore
che l’anima criminale sente quando, essendosi presentata davanti
al tribunale della santità divina che si appesantisce su di lei,
la percuote e la opprime e la inabissa nella sua giusta collera.>>
(citato in Spiritualità Getsemanica, pag. 49).
Si potrà obiettare che questa è una rivelazione privata
e nessuno è tenuto a crederci con quella forza e quella fede
che richiedono invece la Parola di Dio, la Rivelazione.
Ma possiamo avere dubbi circa i sentimenti che vi vengono espressi e
che corrispondono a quella prostrazione fisica che Luca racconta nel
suo episodio getsemanico? E’ vero che Gesù parla ad una
suora e fa leva sul sentimento più fragile e nello stesso tempo
più radicato nel cuore umano, l’amore, ma su quale altro
sentimento avrebbe dovuto far leva Gesù dal momento che il cuore
di Dio era stato ferito all’origine proprio nell’amore?
<<Ecco quel cuore che ha tanto amato gli uomini e non ne è
amato>>, sono le parole di Gesù a quella povera suora,
e quindi tutto il resto è una conseguenza che segue la logica
dell’amore.
<<Confortare i dolori di Gesù nel Getsemani>>. Ecco
un altro compito specifico di ogni operaio: là dove i discepoli
non sono riusciti, noi, i nuovi discepoli, (quelli che Gesù ha
visto nel cenacolo e per i quali ha pregato, Gv. 17, 20), quelli che
ormai sanno che cosa sia Eucaristia, Risurrezione e Pentecoste, dobbiamo
fare di tutto per riuscirvi, per essere svegli, pronti, audaci. Solo
così compiremo con coscienza quello che manca alla Passione di
Gesù.
E’ per questo che siamo stati chiamati.
<<La malattia spirituale epidemica dell’uomo d’oggi
che va distruggendo la voce della sua coscienza e l’ascolto della
Rivelazione è quella segnalata nella lettera di novembre: il
rifiuto del dolore e la ricerca del piacere. E’ tempo di attaccare
frontalmente questo nemico anche perché la Provvidenza ci ha
preparati al compito facendoci conoscere il Getsemani di Gesù,
dove il suo “fiat” significa accettazione del dolore. Poco
per volta abbiamo capito che questa indicazione vocazionale è
specifica, cioè necessaria per noi e per gli uomini del nostro
tempo.
E’ dunque l’emergenza negativa della “messe”
e, ancor prima, la riconoscenza a Dio per averci rivelato il Getsemani
che ci spingono in questa direzione. La rivelazione del sacrificio è
doverosa ed essenziale, ma nel tempo stesso difficile, ardua>>.
Sono queste le parole che Gedda scrive nella sua lettera per il Natale
dell’Anno Santo del 1984. Parole che rivelano come sia chiara
nella sua intenzione e, come deve essere altrettanto chiara nell’intenzione
di ogni operaio, che la condizione per seguire la vocazione della Società
Operaia è l’accettazione libera e, aggiungo, gioiosa, del
dolore: <<Hilarem datorem diligit Deus>> (<<Dio ama
chi dona con gioia>>, 2 Cor. 9, 7). Sempre nella stessa lettera
Gedda, con parole amaramente profetiche, offre un’analisi della
società attuale che si è rivelata sempre più indifferente
al sacrificio di Cristo, realizzando e colmando ancora una volta di
più il calice di amarezza che Gesù ha accettato di bere
fino al Golgota. Egli scrive che <<su questa umanità, resa
egoista, sfibrata e temporalizzata, i mass-media esercitano un’azione
spiritualmente ancor più dannosa in quanto televisione, radio,
cinematografia, editoria (giornali e riviste) e pubblicità sono
mezzi d’informazione a senso unico, cioè non permettono
il dialogo e impongono il pensiero di chi possiede il mezzo tecnocratico
che fabbrica l’informazione…
L’uomo di oggi ne esce spersonalizzato, al punto che talora è
un delinquente perché ha imparato ad esercitare la violenza,
ma perlopiù è un vile, ossia un conformista che ha paura
di esporsi, di uscire dai ranghi dell’opinione pubblica ufficializzata
dai mass-media, di esprimere ciò che lo Spirito Santo detta alla
sua coscienza; è un pavido che si appiattisce e tace.
Questa situazione si è creata finora con scarsa o nulla accortezza
e intervento del mondo cattolico ed il risultato lo abbiamo sott’occhio:
il costume del nostro popolo è cambiato. Le famiglie non hanno
più figli; i rapporti umani non sono più ispirati a cordialità
ma al calcolo del profitto possibile; la pazienza, la speranza, la giustizia,
la rinuncia, la riconoscenza, la mitezza sono virtù ignorate;
la diffidenza è d’obbligo. Tutto l’interesse è
riservato allo Sport>>.
A distanza di un decennio nulla hanno perso della visione profetica
tali parole e riempiono l’animo di amarezza al vederne la realizzazione
sempre più piena. Purtroppo in una società che rimuove
il dolore come una cosa esecranda e non lo accetta come un mezzo di
redenzione, il cammino è sempre più difficile e la lotta
è più dura. La tendenza di oggi è di eliminare
le parole “sacrificio” e “dolore” dall’esperienza
quotidiana. Tutto deve essere vissuto all’insegna dell’edonismo,
della non fatica, dell’occultamento di quanto può rivelare
la fragilità della natura umana.
<<La rimozione del dolore che gli spot pubblicitari ci comunicano
ogni giorno non è in fondo che la maschera patinata di un processo
che si è già consumato, che è sceso nelle viscere
della coscienza.
Il problema è che senza una “cognizione del dolore”,
come direbbe Gadda, non c’è possibilità di sapienza,
non c’è capacità di reggere alla grande sfida che
è la vita; si rischia di rimanere sfibrati alla prima difficoltà
e soccombervi.
E’ lo scandalo del dolore rimosso, il nodo forse più drammatico
che l’Occidente ha dinanzi. Questa è davvero la perdita
che ci rovina. Perché senza la sapienza alimentata nella cognizione
del dolore non si dà speranza, ma solo l’illusione di un
piacere fuggevole, di una felicità inesistente.
Illusioni che si concludono troppo spesso in sofferenze atroci e inaspettate,
che esplodono all’improvviso.>> (tratto da Il Margine, 10/90,
pp. 33/35 citato in Nuova Responsabilità, 8/91, pg. 51).
Il dolore è il nostro compagno di viaggio lungo tutta la nostra
vita; è il solo modo di camminare e associarci alla vita di Cristo;
è il solo mezzo per realizzare l’imitazione di Cristo.
Una richiesta
a Maria
La preghiera del Simbolo continua con una richiesta a Maria che ha
anche qui il spore della profezia, se si pensa che fu scritta nel settembre
del 1942:
<<Le chiediamo inoltre di servire la Chiesa e il Papa con il cuore
ardente dei primi cristiani e secondo i bisogni dell’ora che volge>>.
Quale drammatica attualità acquistano queste parole nella società
d’oggi, una società per la quale Giovanni Paolo II non
ha esitato a lanciare il suo appello per una Nuova Evangelizzazione,
quasi una nuova riscoperta del messaggio di Gesù.
L’uomo, ubriaco di tecnologia e di progresso, ha perso il senso
di dove tende la Storia e a che cosa conduce il suo breve vagare.
L’orizzonte dell’universo stellare ha spalancato dinanzi
agli occhi di quest’uomo-bambino interminati spazi da conoscere
ed esplorare; si è affacciato sugli abissi misteriosi della genetica
e si è creduto capace, come sempre, di sostituirsi a Dio, manipolando
i principi che regolano la vita non già creando vita! E’
stato chiamato ad una collaborazione più cosciente e responsabile
di questa avventura misteriosa della vita, e invece ha pensato bene
di stravolgere questa collaborazione in predominio e arroganza di spadroneggiamento
della vita. Ma la natura non permette a nessuno di violentarla senza
restituire prima o poi, con i dovuti interessi, la violenza subita.
L’operaio deve capire che con la propria professione deve mettersi
a servizio della Chiesa e del Papa, e agire con tempestività
e iniziativa oculata secondo i bisogni che ogni situazione presenta.
Venendo fuori da un periodo sanguinoso e terribile, la seconda guerra
mondiale, chi scrive il Simbolo pensa alla ricostruzione morale e civile
del tessuto sociale e quindi chiede a Maria l’ardore che i primi
cristiani avevano per annunziare il Regno di Dio, per essere coraggiosi
testimoni di una salvezza che Dio ripropone all’uomo.
Prima che da una situazione contingente però, quella frase nasce,
dal cuore di chi scrive, come ricordo nostalgico di una comunità
di credenti che ha vissuto e lasciato una traccia indelebile nella storia
della cristianità.
San Luca negli Atti dipinge un quadro della primitiva comunità
cristiana che ha veramente dello straordinario. Una comunità
affiatata, unanime nella carità, nella preghiera, nella condivisione
della fede e dell’Eucarestia.
Scrive San Luca: <<Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento
degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane
e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni
avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati
credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà
e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno
di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano
il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di
cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo.>>
(Atti, 2, 42-48).
Il cristiano d’oggi ha perso il senso di questa comunione-comunità
quotidiana: <<Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio
e spezzavano il pane>> Oggi prevale la prepotenza e l’angoscia
preoccupante di un lavoro che deve soddisfare le sempre più superflue
esigenze create da una società soggetta al consumismo e ai conforts.
Tutto è finalizzato all’avere di più per godere
di più. E’ l’edonismo l’idolo a cui tutto si
sacrifica. Il dovere della preghiera e la liturgia dell’Eucaristia
sono relegati ad uno spazio veramente minimo nella vita del cristiano.
Per ovviare a questo appiattimento della vita spirituale, la Società
Operaia invita i suoi aderenti a partecipare giornalmente alla santa
Messa, alla comunione personale con Gesù, alla meditazione, alla
recita di quelle pratiche devozionali che devono tener desto lo spirito
e la vigilanza della preghiera. Ogni operaio dovrebbe far propri quei
sentimenti che animavano il vescovo di Antiochia, Sant’Ignazio,
che ai cristiani della chiesa di Roma scriveva:
<<Io cerco Colui che è morto per noi; io voglio Colui
che per noi è risorto! (…) Non abbiate Cristo sulla bocca
e il mondo nel cuore! (…) Non mi diletta più il cibo corruttibile,
né i piaceri di questa vita. Voglio il Pane di Dio, quel pane
che è la carne di Gesù Cristo, figlio di David, voglio
per bevanda il suo sangue, che è l’amore incorruttibile.>>
(S. Ignazio ai Romani, cc VI-VII passim).
Di fronte a tali esortazioni, a tali sentimenti non si può non
avvertire la frattura che esiste fra quei primi cristiani e i cristiani
d’oggi. Ed è proprio di fronte a tale lacerazione e distacco
che sorge prepotente il desiderio di ritornare a quei primi tempi e
di implorare da Maria la grazia che possa ridonarci <<il cuore
ardente dei primi cristiani>>.
Ottimismo
e speranza
L’ottimismo e la speranza sono le due forze che
devono animare gli Operai e li devono spingere ad operare con fermezza
e decisione <<per contribuire a stabilire sulla terra la civiltà
della verità e dell’amore, secondo il desiderio di Dio
e per la sua gloria>>, come ci invita a pregare il Papa nella
sua preghiera a Maria Madre della Chiesa.
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La parola di Dio non è incatenata
(2 Tim.2,9)
Commento al Simbolo
M.Mannella-Aprile1996
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