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Noi crediamo in Dio Spirito Santo.........
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Come primo gesto l’atto di adorazione
alla terza Persona della Trinità e ci confermiamo nella linea di
consacrazione-preghiera tenuta con le altre due Persone.
E subito, dopo questa adorazione profonda
e sincera, la prima domanda di grazia: <<E gli chiediamo i lumi
per bene intendere la via delle opere alla quale vogliamo dedicarci>>.
Ed ecco un’altra occasione per ripassare un po’ di catechismo: <<chiedere i lumi>> vuol dire implorare i doni dello Spirito Santo prima di intraprendere <<la via delle opere>> che deve essere ben capita. Come ci si può arrischiare di immettersi in un’impresa senza conoscere i mezzi e gli strumenti che servono per la realizzazione di quell’impresa? E chi ci può dare questa conoscenza e questo mezzi? Solo lo Spirito Santo che arricchisce con la sua vitalità la Chiesa intera.. Per ogni cristiano Egli mette a disposizione i suoi sette doni: Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà, Timor di Dio. Questi sono i lumi che servono all’operaio per ben discernere <<la via delle opere>> alla quale vuole dedicarsi con delle caratteristiche ben precise:
così che ogni opera
venga anzitutto costruita con la preghiera, il sacrificio e le virtù cristiane>>. Indubbiamente la santità appartiene a Dio e soltanto da lui noi possiamo attingerla. Pretendere di raggiungerla con le sole nostre forze è illusione e presunzione: <<Senza di me non potete fare nulla>> (Gv.15,5), ammonisce Gesù. Ora se proprio Lui promette che manderà il suo Spirito perché ci insegni <<tutta intera la verità>> (Gv. 16, 13), come possiamo avere la presunzione di operare prescindendo dal suo aiuto? E questo aiuto ci viene attraverso <<la preghiera, il sacrificio e le virtù cristiane>>. Ogni opera dell’operaio si nutre e si alimenta a queste tre fonti: preghiera, sacrificio, virtù. La preghiera è il fondamento necessario ed ogni iniziativa. Quando don Bosco volle iniziare il suo oratorio, invitò Bartolomeo Garelli, il suo primo oratoriano, a recitare un’Ave Maria. Alla fine della sua vita lo stesso don Bosco confidava ai suoi collaboratori che tutto quello che egli aveva fatto era dipeso da quell’Ave Maria recitata con fervore e col cuore. Scrive Sant’Agostino che <<la preghiera è la forza dell’uomo e la condiscendenza di Dio>>. Egli infatti non resta sordo o insensibile di fronte ad un’invocazione sincera e buona, ma è pronto a condiscendere alla richiesta di chi umilmente prega. <<Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto>> (Mt. 7, 7). Questo è l’insegnamento del padrone della vigna e tale consegna va rispettata. A tale riguardo è illuminante l’intervento di Luigi Gedda all’inizio del costituirsi e formarsi della Società Operaia. La preghiera rientra nello stile di vita dell’operaio come parte essenziale e non marginale. Ecco quanto scrive nel febbraio del 1944: <<Ho saputo che qualche Operaio osserva che il tempo a sua disposizione è scarso, per cui vorrebbe sostituire l’Ufficio della Madonna con qualche altra pratica di minore durata. Premesso che nulla di quanto è convenuto fra noi obbliga in coscienza (…) vorrei osservare che non mi sembra sia possibile diminuire, in alcun modo, l’impegno di preghiera che ci siamo assunti. L’Operaio non deve essere un faccendone, né un accentratore, né un esaurito. Faccendone è colui che dà origine non tanto ad un’azione quanto ad un’agitazione apostolica, per cui toglie a se stesso e al prossimo il respiro e la pace. Accentratore è colui che volendo dirigere, minutamente, ogni cosa, toglie ad altri libertà di giudizio, d’iniziativa e consuma il suo tempo nell’immobilizzare il prossimo. Esaurito è colui che viene meno allo sforzo psico-fisico che un lavoro di apostolato richiede e brucia le poche forze rimastegli nel tentativo di fronteggiare il lavoro diventato superiore alle sue forze. In questi casi, per quanto via siano delle eccezioni, si tratta solamente di persone che pregano poco, ed allora si affacciano due pensieri: il primo consiste nel supporre che costoro non abbiano capito che Colui che opera, anche se per via mediata, è Dio, e che “prima condizione” per la riuscita è quella di inserire la puleggia sul motore, il che avviene essenzialmente, con la preghiera. Quanto più si lavora, tanto più si deve pregare. Se manca questo equilibrio vi è difetto teologico nella formazione dell’Operaio. La seconda considerazione è relativa alle conseguenze della vita interiore, la quale, anche nell’uomo più consumato dal lavoro apostolico, toglie ogni aspetto di febbre e di ansia, sostituendovi la serenità e la dolcezza, per cui anche da un punto di vista psico-fisico la preghiera giova ed impedisce gli esaurimenti>>. (da Lettere Operaie, citato in Ritorno alle sorgenti n. 7 – G. Vanni). Ma alla preghiera occorre aggiungere anche il sacrificio. Nulla si costruisce se non c’è anche una buona dose di sacrificio, abnegazione, sofferenza: <<Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua>> (Mt. 16, 24). Al curato d’Ars il diavolo rinfacciava proprio questa sua caratteristica di sacrificio e lo chiamava con disprezzo “mangiatore di patate ammuffite”, e cercava in tutti i modi di farlo desistere dalle sue penitenze. Scriveva Pio XII nell’Enciclica Mystici Corporis: <<Le cose più gloriose ed esimie nascono soltanto dal dolore>>. E non sarà certo azzardato dire che scrivendo quelle parole egli aveva dinanzi agli occhi l’episodio del Getsemani. Dalla Passione di Gesù iniziata in quell’abbandono spirituale alle forse del male, è nata la più grande delle opere di Gesù: la Redenzione dell’uomo. Soltanto nell’aldilà sapremo quante anime avremo portate a Dio perché abbiamo saputo rinunciare a qualcosa di veramente nostro per amor suo. La cupidigia degli occhi, come la chiamava San Giovanni (“concupiscentia oculorum”) è quella che ci impedisce di impostare chiaramente i nostri rapporti con Dio e con gli altri. La rinuncia a questa bramosia di possesso potrà invece rendere liberi i nostri gesti e graditi al nostro prossimo. Ultima caratteristica delle nostre azioni sono <<le virtù cristiane>> che devono accompagnare il nostro modo di accostare gli altri. Che cosa sono queste virtù cristiane se non l’abito giornaliero della CHARITAS? Quali espressioni assumono? Un tempo venivano definite virtù teologali e virtù cardinali: Fede, Speranza, Carità; Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza. Il discorso qui si potrebbe ampliare alla meditazione di queste virtù, ma ci porterebbe assai lontano dal semplice scopo di questa riflessione sul nostro Simbolo. Certo è che è nostro compito alimentare la nostra azione cristiana alla luce della Fede, della Speranza e della Carità. Chi volesse prescindere da queste virtù sarebbe come quello stolto del Vangelo che volle costruire la sua casa sulla sabbia: <<Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande>>. (Mt. 7,27). Occorre dunque ancorare la nostra azione a Cristo e utilizzare quei mezzi e quelle risorse che la Chiesa ci mette a disposizione per renderla più efficace e più duratura. E’ solo così che si ottiene la santità. Altra caratteristica che deve accompagnare la nostra operosità è lo <<spirito di rinuncia>>. Recita infatti il Simbolo che la nostra dedizione alle opere va fatta
così che ogni opera costruita
non appartenga agli Operai come tali, ma alla Chiesa attraverso le persone e gli enti che naturalmente devono possederla>>. E’ il nostro voto di povertà: non è solo la spogliazione di noi stessi, ma è la capacità di sottomettere al giudizio della Chiesa ogni nostra iniziativa e ogni nostro apporto costruttivo per il Regno dei Cieli. San Paolo ci ricorda che tutto quello che facciamo <<in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù>> (Col. 3,17); questo proprio per vincere la tentazione di riferire a noi stessi se qualcosa di buono viene compiuto e realizzato. Già Gesù ci aveva messi in guardia da questa tentazione dell’orgoglio e della superbia: <<Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare.>> /Lc.17, 10). Tutto quello che riusciamo a fare dunque ci viene proposto di sottoporlo e metterlo a disposizione della Chiesa che è unica depositaria di ogni ricchezza morale e spirituale che viene amministrata prudentemente attraverso “persone ed enti” preposte a tale servizio. Nostro compito è lavorare e lavorare sodo nella vigna perché l’uva giunga a maturazione; lavorare sodo perché il grano possa crescere ed essere mietuto al tempo del raccolto. Ciascuno mette a disposizione i propri talenti perché la testimonianza della fede si esprime nelle opere. Nell’articolo 12 dello Statuto della Società Operaia leggiamo: <<La Società Operaia attraverso i suoi membri promuove le Opere che servono nel presente ad onorare Dio e a diffondere la conoscenza e la pratica dei suoi diritti(?) e della sua volontà>>. In una società dove ogni giorno di più Dio viene estromesso in nome di una sempre più invadente fede scientifica, potenza tecnologica, capacità di dominio e di manipolazione della natura, parlare di “diritti” di Dio e della sua “volontà” potrà sembrare anacronistico e fuori luogo. Ma è proprio qui che si accende di più la battaglia del nostro tempo. Dio non cessa di essere creatore e provvidenza nel mondo attuale, anche se l’uomo nella sua pretesa arrogante ne vuole fare a meno. Di fronte all’accecante presenza di Dio nell’universo si resta veramente abbagliati. Scrive Paul Davies, scienziato, docente di fisica teorica: <<Il fatto che l’universo è creativo e che le sue leggi hanno consentito la comparsa e lo sviluppo di strutture complesse fino al livello della coscienza – in altre parole: che l’universo ha organizzato la propria autoconsapevolezza – è per me una prova schiacciante che vi è qualcosa dietro a tutto ciò>>. (citato da V.Messori in La sfida della fede, pag. 213, Ed. Paoline 1993). E non si ferma qui. Osservando infatti come la struttura dell’universo e in particolare del sistema solare e della Terra sia finalizzata per la comparsa dell’uomo, conclude: <<Noi scienziati, oggi, troviamo il cosmo in generale, il sistema solare in particolare e la Terra soprattutto, così minutamente sintonizzati con l’esistenza degli uomini, che a molti di noi sembra inevitabile la conclusione: “Qualcuno, il cui nome è Dio o altro equivalente, ha fatto così le cose proprio per noi.”>> (Ib. Pag. 294). Occorre pertanto che l’operaio si sintonizzi con questa armonia di opere che appartengono tutte a Dio, ma sono messe a disposizione dell’uomo non perché le spadroneggi, ma perché ne renda il dovuto onore a Dio.
Ultima caratteristica di questo agire dell’operaio
in seno alla Chiesa è il <<rispetto>>. Recita infatti
il Simbolo che l’operaio deve dedicarsi all’apostolato <<con
spirito di rispetto per le altre organizzazioni, iniziative e persone>>.
<<Poni, Signore, una custodia alla mia bocca, sorveglia la porta delle mie labbra>>. (Sal. 141,3) E’ la supplica di chi sa che la lingua è veloce e può esprimersi sconsideratamente. Occorre sempre riflettere prima di parlare e non lasciare che le parole scorrano veloci dalle nostre labbra senza averle fatte passare prima dal nostro cuore. Con lo stesso intento Gedda interviene a spiegare meglio questo concetto in quel corso di Esercizi Spirituali del giugno 1980. Dice testualmente, a commento dell’articolo 12 dello Statuto: <<Sottolineo il principio del rispetto delle Opere che consiste anche nell’evitare delle concorrenze perché è così grande, sterminato il campo dove si può portare la verità, che è veramente stolto sprecare delle forze per antinomie e deprezzamenti nell’area del mondo cattolico>>. Da parte sua la Chiesa ammonisce: <<Per la solidale edificazione della casa comune è necessario, inoltre, che sia deposto ogni spirito di antagonismo e di contesa, e che si gareggi piuttosto nello stimarsi a vicenda>>. (Christifideles Laici n. 31). San Paolo esortava la comunità di Corinto perché non vi fossero discordie e divisioni in mezzo a loro, ma perfetta unità di pensiero e di intenti (1 Cor. 1, 10). E’ proprio alla luce di questi insegnamenti che l’Operaio lavora non per mettersi in mostra, ma per collaborare alla <<edificazione della casa comune>>. |
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