Mary Gedda
Ultima in ordine di tempo, ma non ultima in ordine
di importanza, è la testimonianza della nostra Mary Gedda.
Dico "nostra" perché ella ci appartiene interamente,
totalmente, dalla nascita in terra alla nascita in cielo. La sua santità
è oscura come la notte del Getsemani e luminosa come il Tabor.
La testimonianza che trascrivo l'ho desunta in gran parte dalla bella
monografia di Luigi Gedda, <<Immagine di Mary>>, Ed. A.V.E.
1987.
In ogni epoca Dio suscita nella sua Chiesa dei Santi
e questi, fedeli alla grazia ricevuta, trasmettono il loro carisma
a quanti all'intorno sono ricettivi di questo messaggio.
Nella famiglia Gedda la santità ha radici lontane,
concrete e ben documentate. Una zia di Mary, Suor Teresa Gedda, ebbe
contatti diretti con Don Bosco e Suor Maria Domenica Mazzarello, santi
ben noti nella famiglia salesiana e in tutta la Chiesa. Di suor Teresa
Gedda furono scritte due biografie, una dal nipote Don A. Minellono
nel 1926 e una dal Vescovo di Novara Mons. V. Gilla Gremigni nel 1958.
E questo perché l'alone di santità che circondava il
personaggio non era passato inosservato a quanti l'avevano conosciuta
e vissuto con lei.
Marianna Calderoni, mamma di Mary, con la sua vita apparentemente
ordinaria, contribuisce a questa trasmissione di santità con
la corrispondenza fedele alle ispirazioni della Grazia. Lascia scritta
una traccia di adorazione davanti al Ss. Sacramento nella quale viene
riportata una frase di Gesù tratta proprio dall'episodio del
Getsemani. Più tardi, quando Mary ritrova questo manoscritto,
sarà da lei conservato e classificato come <<Ora Getsemanica
- mamma>>. Si potrebbe quindi dire che la Società Operaia
era qui presente <<in nuce>>.
Quale non fu la sua gioia quando Luigi, il fratello maggiore, le comunicò
la sua intenzione di fondare un gruppo di spiritualità ispirato
proprio all'episodio del Getsemani.
Lo spirito della mamma aleggiava sempre sulla sua famiglia e faceva
in modo che la sua intuizione di amare Gesù nell'obbedienza
al Padre non restasse chiusa nel cassetto.
Tra le amicizie di Mary spicca quella di Jucci Beretta,
sorella di Gianna Beretta in Molla, recentemente proclamata santa
da Giovanni Paolo II per il suo sacrificio eroico di rinunciare alla
propria vita per quella del bimbo che doveva nascere.
La maternità responsabilmente accettata porta anche alla rinuncia
della propria vita per la vita indifesa che Dio dona agli sposi. Uno
stimolo e un esempio luminoso per quanti sono incerti o si lasciano
ingannare da una legislazione che ammette la soppressione della vita
nascente se indesiderata, imposta con la violenza o che minaccia la
salute della partoriente.
Troppi dimenticano, o con troppa facilità ne distorcono il
senso, le parole che Cristo ebbe a dire ai suoi discepoli: <<Nessuno
ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri
amici>>. (Gv 15, 13). Quanto più
vale questo per la vita di una creatura che si porta in grembo!
Altra amicizia fu quella di frate Cecilio Maria Cortinovis
da Costa Serina, morto in concetto di santità nel 1984 e che
Mary incontrava quando si recava al convento dei frati cappuccini
in Viale Piave, 2 a Milano.
Certamente è la provvidenza che tutto dispone e fa sì
che le anime si incontrino e si diano reciproco sostegno nel cammino
della santità.
Così un altro incontro, e non certo occasionale,
durante il periodo universitario, fu quello con Don Sisto Colombo,
un salesiano di profonda cultura umanistica, ma un'anima attentissima
ai valori della vita cristiana e dei quali certamente, non poche volte,
avrà fatto argomento di conversazione con Mary. Proprio Don
Sisto avrà fatto conoscere a Mary la figura di un altro salesiano,
Don Andrea Beltrami, morto anch'egli in concetto di santità,
e che aveva fatto della sua vita un altare vivente di sofferenza per
amore di Gesù. <<Né guarire, né morire,
ma vivere per soffrire>>, sono le parole di questo giovane sacerdote
che ne fece la ragione della sua esistenza per conquistare anime a
Cristo. E il suo apostolato lo svolse dal letto della sua sofferenza,
scrivendo biografie di santi e opuscoli ascetici.
Tutto questo non poteva non influire positivamente
nell'animo di Mary e si possono certamente applicare anche a lei le
parole che l'evangelista Luca riferisce a Maria: <<Serbava tutte
queste cose nel suo cuore>> (Lc 2, 51).
E la sua vita dimostra che le ha tirate fuori al momento opportuno
per diventare un'Operaia di Cristo come egli voleva.
Ed ecco alcuni esempi tratti dall'epistolario citato
dal fratello Luigi nella menzionata biografia.
Scriveva nel luglio 1929 alla sua amica Jucci Beretta:
<<Non è forse la volontà
di Dio "sola" che noi dobbiamo desiderare
di seguire? E se Gesù ci vuole santificare nella vita comune
non diremo sempre "fiat"? (...) Non occorre
che Iddio ci renda ragione del Suo operato, bensì è
indispensabile da parte nostra una confidenza cieca in Lui>>.
Sempre nel 1929 scrive alla stessa amica:
<<Mi piace tanto questa preghiera di S.
Agostino: "Signore dammi la forza per fare ciò che mi
domanderai e poi domandami ciò che vuoi!">>
(ib.).
Due altri brani vengono riportati
da Gedda e vengono datati prima del 1937:
<<Sto meditando sulla passione
di Gesù: ora sono nell'Orto e sto convincendomi sempre più
che la preghiera è indispensabile nella vita cristiana
e che la preghiera più bella è la sofferenza e la preghiera
che si fa soffrendo: tale fu la preghiera di Gesù
nell'Orto. Il nostro ricorso a Dio deve essere fatto con umiltà,
costanza, abbandono, rassegnazione alla Volontà santa di Dio,
così pregò Gesù>>.
<< Non dobbiamo proprio meravigliarci se la "natura sente"
(e quanto!) il dolore, se ne proviamo anche tedio. Pensa a Gesù
nell'Orto: per dare coraggio a noi, per nostro esempio e conforto
Egli volle provare, nell'Agonia che precedette la passione, lo spavento,
il tedio: ci mostrò tutta la sua sensibilità al dolore
soprattutto per dare coraggio a noi. Dunque (...) non ci dobbiamo
perder d'animo, ma ripetere con Gesù il "fiat">>
(ib. pag. 37).
Osservando le date di questi
documenti e mettendole a confronto con quella della nascita della
società Operaia,
3 settembre 1942,
non si può non vedere come un disegno della Provvidenza nel
preparare e predisporre quest'anima ad un'opera che avrebbe avuto
il pieno riconoscimento anche da parte della Chiesa. Questa sua insistenza
nell'accettazione totale e senza riserve della volontà di Dio
è veramente sintomatica e precorre di non poco la nascita della
Società Operaia.
Sarebbe azzardato dire che così come aveva fondato la <<Piccola
Opera di Santa Chiara d'Asisi>> sarebbe certamente arrivata
anche alla formulazione della Società Operaia? Di certo è
che la Società Operaia fu per lei il suo naturale approdo e,
come scrive Luigi Gedda, <<Mary
è giunta al Getsemani prima della Società Operaia ed
ha imperniato la sua vita sulla Volontà di Dio>>.
(ib. pag. 38)
Anche qui rieccheggia la semplice
e profonda osservazione di Armani:
<<Sta tutto qui, tutto qui, il segreto
della bontà dell'idea operaia: realizzare la volontà
di Dio in noi e fuori di noi>>
E' l'intuizione costante di ciò che spinge
a vivere questa spiritualità: <<la Volontà di
Colui che tutto muove>>.
Ma come si è concretizzato
questo suo ardente desiderio di realizzare la Volontà di Dio?
Lo scopriamo attraverso la testimonianza che ne hanno dato coloro
che hanno vissuto accanto a lei o hanno avuto solo occasioni di incontro
e di dialogo.
Scrive Mons. Mario Di Sora, Camerlengo
del Capitolo Lateranense: <<Mary Gedda, delicata, fragile nel
corpo, era fortissima nello spirito, tenace, con illuminata fede nell'esclusivo
interesse del bene delle anime e nella continua ricerca della Volontà
di Dio in ogni cosa. (...) Il suo ricordo tonifica il mio sacerdozio
qui in S. Giovanni in Laterano che confina territorialmente con la
Parrocchia della Navicella e con la casa della signorina Gedda che
essa trasformò in tempio durante la sua lunga malattia, alimentandosi
del pane eucaristico che io giornalmente le portavo, pane di cui non
poteva fare a meno e che l'aiutava a sopportare con il sorriso sulla
bocca i dolori lancinanti anche per aiutare il fratello in momenti
molto difficili che sia la Chiesa, sia la Patria attraversavano>>.
Questa osservazione di <<sopportare
con il sorriso sulla bocca i dolori lancinanti>> che la malattia
le provocava, è ricorrente anche in altre testimonianze.
Ricorda il Padre Todaro Paolo, Passionista: <<La Mary era per
me, sacerdote e religioso, una "struttura univoca con Cristo
Gesù". In casa e in clinica nei luoghi di cura o nei Getsemani,
in condizioni tormentose del suo male, nulla rallentava il suo lavoro:
il suo era un "essere, vivere, e agire ovunque e sempre come
vera Operaia di Cristo, senza spazi di nullità". Questo
spiega la serenità del suo essere, la concretezza
del suo agire>>. (ib. pag. 75).
Mons. Angelo Majo dice di lei:
<<Negli ultimi soggiorni trascorsi a Casale Corte Cerro mi accorsi
che la signorina Mary era sempre più afflitta da dolorose infermità;
conservava tuttavia l'abituale serenità e
un grande desiderio di rendersi utile al Regno di Dio>>. (ib.
pag. 85).
Ma dove attingeva questa fortezza
e questa serenità, una creatura che tutti ricordano fragile
e di salute cagionevole?
Scrive il Prof. Gioacchino Santachè: <<Se penso come
il mondo d'oggi trova giustificazioni nelle più brevi infermità
o fastidi fisici per non fare il bene, vedo l'attualità dell'esempio
di Mary che risponde con serenità e quasi con gioia al telefono
mentre sta soffrendo una crisi di dolori acutissimi. Aveva fatto sua
la scuola del Getsemani: l'accettazione del dolore come moneta
di salvezza! Sapeva da Gesù che il bene costa e si paga>>.
(ib. pag. 141).
Un'osservazione molto acuta e
appropriata quest'ultima. Ma la risposta piena l'aveva già
data Mary quando aveva scritto alla sua amica Jucci le parole cho
ho ricordato più sopra: <<Non è forse la volontà
di Dio "sola" che noi dobbiamo desiderare
e seguire? E se Gesù ci vuole santificare nella vita comune
non diremo sempre "fiat"?>>.
Il testimonio della santità
trasmesso da don Bosco alla Mazzarello e da questa raccolto da Suor
Teresa Gedda, è giunto e accettato pienamente e coscientemente
da Mary Gedda che ne ha fatto, come Alberto Marvelli e tutti gli Operai
che ci hanno preceduto, un obiettivo primario nella vita. Tutto in
lei tende ed è finalizzato a questa santità che è
il compimento della volontà di Dio, la ricerca quasi "ossessiva"
di questa realizzazione. Lo scopo ultimo per il quale merita di essere
tutto accettato e tutto vissuto. Solo così la nostra conformazione
a Cristo risulta quale lo stesso Cristo la voleva: <<Siate perfetti
come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli>>.
La santità è un
esercizio costante delle virtù cristiane, quelle che la Chiesa
ci propone e che abbiamo incontrato lungo la strada di questo commento
al Simbolo. Si tratta di farle diventare vita quotidiana, <<santità
nella vita comune>> di ogni giorno.
I Santi ci passano accanto e
non ce ne accorgiamo perché ci lasciamo frastornare dalle mille
distrazioni del visibile. Con ragione il Card. P. Palazzini nell'orazione
funebre diceva: <<La differenza sostanziale nell'interpretare
la vita e gli avvenimenti fra chi crede e chi nega, è che i
credenti sanno che il "reale è nell'invisibile" e
gli altri si ostinano disperatamente ad aggrapparsi al visibile>>.
(ib. pag. 125)
Questo non accadde a Mary Gedda
che nel visibile scorgeva l'invisibile.
Conclusione