Società Operaia
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Un po' di storia


Gennaio 1978. Insieme ad un gruppo di amici del Reparto Operaio Diocesano (R.O.D.) di Torino, di buon mattino, mi avvio in pullman verso il Lago Maggiore. Meta: Suna, un paesino vicino ad Intra, nell’alto Novarese.
Più che una delle solite gite organizzate per riempire il tempo domenicale, il nostro viaggio ha uno scopo ben preciso: la commemorazione del Beato Contardo Ferrini. Relatore il Professor Luigi Gedda.

Chissà perché, ma la prima volta che sentii il nome di Gedda, lo associai al giornalismo e, ritenendo che fosse un giornalista, mi sforzavo di rintracciare nella mia memoria dove avessi letto qualche suo articolo. Fatica inutile: non mi venne in mente proprio niente.
Alla fine della sua relazione il professor Gedda invitò i presenti a recitare il Simbolo della Società Operaia. Mentre tutti si alzavano in piedi per disporsi a tale preghiera, un operaio mi bofonchiò in un orecchio: <<Ci mancava anche il Simbolo della Società Operaia! Non bastava quello della Chiesa, bisognava crearne uno apposito per noi!>>.
L’atteggiamento e l’espressione del volto rivelavano chiaramente un gesto di insofferenza o di mal celata sopportazione e, lì per lì, non ne compresi il motivo. Per la verità neppure a distanza di anni ho capito il motivo di quella battuta infelice, a meno di non attribuirla a superficialità di spirito e mancanza di riflessione.
Se un gruppo sente il bisogno di coniare un proprio simbolo, nel quale esprimere ideali, mete e aspirazioni, è segno che sente il bisogno di condividere e partecipare ad altri la ricchezza di una fede che non può restare chiusa come in una setta o in un gruppo elitario. Così, anziché esserne allontanato da una tale osservazione maldestra, fui stimolato a leggere e rileggere sempre più attentamente le parole di quella preghiera, perché si trattava proprio di una preghiera e non di una congerie di parole accostate le une alle altre e biascicate senza un senso.
Mi chiesi innanzitutto come e quando era nato quel Simbolo; se quello che avevo tra le mani era la stesura originale o se aveva avuto dei rimaneggiamenti prima che venisse approvato definitivamente dalla Chiesa. Alle prime due domande non fu difficile trovare una risposta.
Nel corso degli Esercizi Spirituali dal 28 al 30 giugno 1980 tenuti a Casale Corte Cerro, nel supplemento di Tabor, numero 9-10 Settembre-Ottobre 1980, il Professor Gedda tracciò la Storia della Società Operaia. Nella sua prima istruzione, significativamente intitolata <<Storia di ieri e di oggi>>, trovai appunto la risposta ai primi due quesiti.

Racconta il Professor Gedda: <<Dunque, nel settembre ’42 abbiamo fatto il primo corso di Esercizi Spirituali ai Santi Giovanni e Paolo ed è uscito da questo corso di Esercizi Spirituali la <<Magna Charta>> della Società Operaia (S.O.) cioè il Simbolo che anche oggi dopo 38 anni, esprime la sintesi del nostro pensiero. Questo Simbolo che continuiamo a stampare e ciascuno di noi ripete ogni giorno dopo la S. Comunione è un’espressione viva della nostra consacrazione, più efficace di uno statuto, traccia il profilo della Società Operaia a livello individuale sotto forma di preghiera. Lo chiamiamo Simbolo come si chiama il <<Credo>> elaborato nel concilio di Nicea in quanto, in lingua greca, <<Simbolo>> significa <<Volontà Comune>>. Il Simbolo rappresenta il risultato più importante degli Esercizi del ’42, così importante che qualche ritocco è avvenuto ma non abbiamo tolto nulla dal testo pensato e scritto allora. Si tratta del documento costitutivo della Società Operaia>>.

Parole molto eloquenti che non richiedono alcun commento, ma molta riflessione.
Una sottolineatura per il mio amico di Intra, che spero mi leggerà attualmente: il Simbolo si qualifica come <<un’espressione viva della nostra consacrazione, più efficace di uno statuto, (…) sotto forma di preghiera>>. Il nocciolo è tutto qui: consacrazione-preghiera. Ne parlerò nel corso del commento. <<Qualche ritocco è avvenuto>>, dice il Professor Gedda, che non è affatto un giornalista, ma per me, senza nulla togliere ai meriti della sua professione di studioso profondo e qualificato in gemellologia, è colui che ha dato vita ad un movimento spirituale la cui risonanza ed espansione sarà come un nuovo <<Big Bang>>, quando se ne comprenderà a fondo la forza morale e la ricchezza immensa che attingono dall’episodio dell’Agonia di Gesù nel Getsemani.
L’ammissione fatta dal Professor Gedda mi conferma che la stesura attuale non è quella iniziale. <<Ma non abbiamo tolto nulla dal testo pensato e scritto allora>>, precisa subito Gedda. Qual’era allora il testo originale?
Cercando nell’archivio del R.O.D. di Torino, mi capitò tra le mani un librettino di appena dodici paginette con sul frontespizio scritto:

PRO MANUSCRIPTO
Società Operaia
Regolamento di Reparto Operaio Diocesano
(R.O.D.)
3° Edizione

Tipografia Poliglotta Vaticana – 1955

La prima edizione era stata fatta a Subiaco nel 1946; la seconda alla Poliglotta Vaticana nel ’53, e la terza era quella a mie mani. Non trovando traccia delle prime due, fu giocoforza accontentarmi della terza.
Dopo aver esposto a pag. 3 la <<Natura e scopo>> della Società Operaia, la pagina 4 mi mostrò il testo del Simbolo che riporto qui di seguito e che ritengo sia la prima stesura.
<<Noi crediamo in Dio Padre e lo ringraziamo per la vocazione che ci diede.
Noi crediamo in Dio Figlio e ci consacriamo come suoi Operai.
Noi crediamo in Dio Spirito Santo e Gli chiediamo i lumi per bene intendere la via delle Opere alla quale vogliamo dedicarci:
con spirito di santificazione, così che ogni Opera venga anzitutto costruita con la preghiera, il sacrificio e le virtù cristiane;
con spirito di rinuncia così che ogni Opera costruita non appartenga agli Operai come tali, ma alla Chiesa attraverso le persone e gli enti che naturalmente devono possederla;
con spirito di rispetto per l’Azione Cattolica a cui apparteniamo e che non dovrà ricevere dal nostro lavoro nessun motivo d’incertezza o di discordia.
Noi crediamo in Maria, nella Sua onnipotente intercessione e Le chiediamo di poter “intendere e confortare” i dolori che Gesù ebbe a soffrire nel Getsemani, Le chiediamo inoltre di servire la Chiesa e il Papa con il cuore ardente dei primi cristiani e secondo i bisogni dell’ora che volge.
Sia aperta la nostra via a quanti ne comprendono la bellezza e siano tutti al cospetto di Dio e del mondo, buoni Operai. Così sia.>>

La prima variante a questo testo l’ho trovata casualmente su una delle ristampe che si facevano del Simbolo su delle immaginette che riportavano, oltre al testo del Simbolo, anche la preghiera <<Visita al Tabernacolo>> e la <<Verifica>> quotidiana e periodica che ogni Operaio dovrebbe fare. Dico “dovrebbe” perché da questa verifica emergerebbe il grado di intensità della sua vita spirituale. E quindi da essa dovrebbero prender l’avvio le correzioni, gli stimoli a meglio operare, le mete da raggiungere, i percorsi da fare, gli strumenti da adoperare, insomma tutti gli accorgimenti necessari a sviluppare la propria spiritualità getsemanica.
Questa prima variante si presenta dunque al capoverso che recita:
<<con spirito di rispetto per le altre organizzazioni, iniziative e persone>>.
Nella prima stesura tale rispetto veniva rivolto specificatamente alla Azione Cattolica, ma, non volendo indicare un Movimento preciso, era più esatto che il concetto di rispetto si mantenesse come dovuto a qualsiasi altra “organizzazione, iniziativa e persone”; concetto più esteso e onnicomprensivo della carità cristiana che anima la Chiesa. Il resto è invariato.
La seconda e terza variante sono nel testo che è poi il definitivo ed è il terzo. Questo numero tre sembra che sia una costante, e non casuale, nel nostro Simbolo. Ma ne riparlerò. Questa variante dunque si trova nel capoverso che recita:
<<Noi crediamo in Maria, nella Sua onnipotente intercessione e Le chiediamo di poter conoscere e fare la volontà di Dio per confortare i dolori di Gesù nel Getsemani>>
Il “poter intendere” viene sostituito con l’espressione più efficace e più completa del “poter conoscere e fare la volontà di Dio” finalizzata principalmente al conforto di Gesù. Non bisogna infatti dimenticare che la Società Operaia nasce proprio con l’obiettivo specifico di vegliare con Gesù in quell’ora estrema che precede il sacrificio totale della sua vita sull’altare del Golgota. Tutto è incentrato sull’Agonia, sulla lotta che Gesù ingaggia con il principe di questo mondo in quella notte di plenilunio del 14 del mese di Nisan. L’Operaio si ritrova quindi sintetizzata in questa espressione tutta la sua vocazione e consacrazione: “conoscere e fare la volontà di Dio” lungo l’arco della sua esistenza per “confortare” Gesù e per partecipare con maggior coscienza e volontà alla lotta contro il male, contro l’Avversario giurato di Dio.
La terza variante, ma solo di forma, è contenuta nella frase più esplicita nel primo testo e più sintetica nel definitivo, riferita alle sofferenze di Gesù: viene tolta l’espressione “ebbe a soffrire” e lasciata, con più incisività, l’espressione “confortare i dolori di Gesù nel Getsemani”.
Il resto del testo segue come nella stesura originale.
Ecco dunque come si presentano i due testi affiancati nella stesura originale e in quella definitiva.

Noi crediamo in Dio Padre
e lo ringraziamo per la vocazione che ci diede.
Noi crediamo in Dio Figlio
e ci consacriamo come suoi Operai.
Noi crediamo in Dio Spirito Santo
e Gli chiediamo i lumi
per bene intendere la via delle Opere
alla quale vogliamo dedicarci:
con spirito di santificazione, così che ogni Opera
venga anzitutto costruita
con la preghiera, il sacrificio e le virtù cristiane;
con spirito di rinuncia
così che ogni Opera costruita
non appartenga agli Operai come tali,
ma alla Chiesa attraverso le persone e gli enti
che naturalmente devono possederla;
con spirito di rispetto
per l’Azione Cattolica a cui apparteniamo
e che non dovrà ricevere dal nostro lavoro
nessun motivo d’incertezza o di discordia.
Noi crediamo in Maria,
nella Sua onnipotente intercessione
e Le chiediamo di poter intendere e confortare
i dolori che Gesù ebbe a soffrire nel Getsemani,
Le chiediamo inoltre di servire la Chiesa e il Papa,
con il cuore ardente dei primi cristiani
e secondo i bisogni dell’ora che volge.
Sia aperta la nostra via
a quanti ne comprendono la bellezza
e siano tutti, al cospetto di Dio e del mondo, buoni Operai.
Così sia.

Noi crediamo in Dio Padre
e lo ringraziamo per la vocazione che ci diede.
Noi crediamo in Dio Figlio
e ci consacriamo come suoi Operai.
Noi crediamo in Dio Spirito Santo
e Gli chiediamo i lumi
per bene intendere la via delle Opere
alla quale vogliamo dedicarci:
con spirito di santificazione, così che ogni Opera
venga anzitutto costruita
con la preghiera, il sacrificio e le virtù cristiane;
con spirito di rinuncia
così che ogni Opera costruita
non appartenga agli Operai come tali,
ma alla Chiesa attraverso le persone e gli enti
che naturalmente devono possederla;
con spirito di rispetto,
per le altre organizzazioni, iniziative e persone.

Noi crediamo in Maria,
nella Sua onnipotente intercessione
e Le chiediamo di poter conoscere e fare
la volontà di Dio
per confortare i dolori di Gesù nel Getsemani;
Le chiediamo inoltre di servire la Chiesa e il Papa,
con il cuore ardente dei primi cristiani
e secondo i bisogni dell’ora che volge.
Sia aperta la nostra via
a quanti ne comprendono la bellezza
e siano tutti, al cospetto di Dio e del mondo, buoni Operai.
Così sia.

Qualche ritocco è stato fatto; non è sostanziale, ma è importante coglierne la profondità e che cosa ha ispirato tali varianti.
Dicevo prima che il numero tre nel Simbolo non è casuale. Sotto l’aspetto formale si può dividere in tre parti: la prima parte è formata dal triplice atto di fede alla Trinità: Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo.
Allo Spirito Santo l’Operaio chiede tre doni che devono essere l’anima del suo apostolato:

1) uno spirito di santificazione;
2) uno spirito di rinuncia;
3) uno spirito di rispetto.

Le opere dell’Operaio vanno costruite con:
1) la preghiera;
2) il sacrificio;
3) le virtù cristiane.

Queste opere si mantengono nel rispetto di:
1) altre organizzazioni;
2) iniziative;
3) persone.

La seconda parte è dedicata a Maria: A Lei si chiedono tre grazie:
1) conoscere e fare la volontà di Dio;
2) confortare Gesù nel Getsemani;
3) servire la Chiesa e il Papa come facevano i primi cristiani.

Anche l’ultima parte, la terza, pur nella sua brevità, presenta una triade, si chiedono cioè vocazioni capaci:
1) di capire la bellezza di questa vocazione;
2) essere per Dio e per il mondo buoni Operai:
3) che tutto sia confermato pienamente (Così sia).

E’ chiaro che questo è solo un aspetto esteriore e formale; ma in questo richiamo costante al numero tre non possiamo vedere un desiderio inconscio di risvegliare in noi l’anelito alla perfezione della Trinità eterna?

 


 

 


La parola di Dio non è incatenata

(2 Timoteo 2,9)

Commento al Simbolo

M.Mannella- Aprile 1996

 

 

 

Noi crediamo in Dio Padre...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Noi crediamo in Dio Padre...

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