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Testimoni di Vita Operaia

RENATO SCLARANDI è un frutto della Scuola Salesiana per quanto è dato ad una Scuola educativa di integrare un ambiente familiare ottimo.
A Torino frequentò il ginnasio al Collegio Salesiano di San Giovanni, il liceo al Collegio Salesiano di Valsalice.
In Collegio, e poi nella sua Parrocchia di S. Bernardino a Borgo San Paolo, fu Presidente della Gioventù di Azione Cattolica e ne fu Dirigente anche sul piano diocesano nazionale. Egli appartenne, infatti, alla prima Consulta centrale studenti della gioventù di Azione Cattolica e, per un mese, ebbe le funzioni di Segretario Centrale.
Brillante e vivacissimo, la carica nazionale gli permetteva di visitare giovani cattolici in ogni parte d’Italia. E diventava subito amico di tutti. La sua generosità nel sacrificio non aveva limiti.
Entrò a far parte della Società Operaia nel 1943.
Negli appunti di Renato, a questo proposito, si legge: <<Passeggiata alla Villa Celimontana (28 giugno 1943). Confermata l’idea di una consacrazione laica fuori della Gioventù, per non turbarne l’organismo, per non trovarsi soli e disorientati quando sia necessario lasciarla organizzativamente. Consacrazione realizzata nelle Opere, frutto esterno di ricca vita interiore attinta particolarmente alla spiritualità del Getsemani>>.
Con questi pensieri Renato partecipò agli Esercizi Spirituali del 1943 <<ad Coelium>>; ed allora vestiva la divisa di Ufficiale degli Alpini.
La sua vita militare, convulsa e rapida sotto l’assillo della guerra, era incominciata nel 1941 come alpino semplice ad Aosta, poi a Bassano del Grappa come Allievo Ufficiale, poi ancora ad Aosta, ad Albenga, ad Amelia e, infine, a Pinerolo. Il 1° settembre 1943, di ritorno da Napoli dove era andato per ragioni di servizio, si fermò per l’ultima volta a Roma.
Poi venne l’otto settembre; l’undici settembre, a Pinerolo, fu catturato e trasportato in carro bestiame verso il Nord. Conobbe i Lager di Luckenwalde, (Potsdam), Przemysl (Polonia) e Hammerstein (Pomerania).
Leggiamo, abbreviandolo, un brano di articolo scritto da Roberto Lucifredi, suo compagno di prigionia: <<Braccio destro del Cappellano, con qualunque tempo, faceva più volte nella giornata il giro non breve di tutte le baracche per informare degli orari delle Messe, dei rosari, delle confessioni; si faceva in quattro per amministrare i pochi libri di cultura religiosa esistenti nel campo. Quando non aveva altri impegni, passava le sue ore vicino ai malati dell’infermeria, oppure conversava a lungo con quanti apparivano più scorati, bisognosi di incitamento e conforto>>.
L’anima operaia di Renato in questo terribile periodo è manifestata nel seguente biglietto scritto a matita, che egli riesce a mandare a Roma:
<<Mio carissimo Luigi, ti mando questo saluto dalla lontana terra d’esilio. Dirti tutto non è certo possibile ora: occorrerebbe troppo tempo. E’ significativo, però, che l’ultima domenica passata in Italia l’abbia passata a Roma! Ringrazio Dio, perché nel 1943 mi ha fatto conoscere… teoricamente il Getsemani e praticamente qui. Io non sapevo che cosa fosse né la sofferenza materiale, né la sofferenza spirituale, intese nel vero, profondo senso: la prima la apprendo qui, la seconda la conoscerò in seguito. Preparo le fondamenta per le nostre future Opere di apostolato ed offro volentieri per la Società i miei sacrifici…>>.
Il filo spinato non lo lasciò più uscire fino al 22 aprile 1944, così tragicamente scritto nella storia della Società Operaia. Era una serata di vento, con il cielo coperto, carico di nubi. Renato voleva uscire dal blocco delle baracche per giungere all’infermeria, perché là, il giorno dopo, si sarebbe celebrata una Messa ed egli voleva portarvi delle ostie. Voleva anche avere informazioni del suo affezionato attendente Zanin che lo aveva seguito fin da Pinerolo e che era là ricoverato. Aveva le carte in regola, firmate dalle Autorità tedesche ed italiane. Andava avanti tranquillamente, avvolto nella sua mantellina. Accanto al cavallo di Frisia trovò il soldato italiano, in servizio di polizia del campo, che lo lasciò passare e la sentinella tedesca. Quel giorno, fra il campo italiano e quello russo che erano attigui, vi era stato un baratto di merce: gli italiani avevano fornito del tabacco e i russi del sapone. La sentinella tedesca che aveva sparato sui russi, volendo farla pagare cara anche agli italiani, quando Renato presenta il permesso, glielo straccia e gli ordina di rientrare. Renato si volta e si dirige verso il suo reticolato per rientrare nel blocco, allora la sentinella spiana il fucile e, alla distanza di pochi metri, gli spara alla schiena. Renato grida: <<Mamma!>> e cade al suolo imbevendo del suo sangue le ostie che portava con sé.
L’età di Renato Sclarandi era di 25 anni

 


 

 


da VENT'ANNI

di Luigi Gedda

anno 1962-Ed. Operaie

 

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